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SOCIETA'
23 febbraio 2012
Di chi è la responsabilità? / 3

Così come mi sono rassegnata a tornare al privato per un servizio medico specialistico del quale mi sono avvalsa per qualche mese di una struttura pubblica, considerata d’eccellenza, in Italia: l’ospedale di Pisa.

 

Prima visita, fine ottobre 2011: ressa in sala d’attesa, medici che vanno e che vengono in tutta fretta. L’amico che studia nella clinica universitaria pisana, e che mi ha caldamente consigliato di rivolgermi al Sant’Anna, mi aveva preparata, e con un romanzo in mano posso resistere a tutto. Dopo un'attesa di quattro ore, vengo ricompensata con mezz'ora di colloquio con un’assistente, giovane e simpaticissima, il cui cellulare squilla in continuazione, lei non risponde (“Eh, qui come vedi è un po’ così, è un casino”) e, continuamente interrotta da medici e pazienti che entrano nell’ufficietto dove siamo come se niente fosse, mi fa domande, test e compila la mia cartella clinica.

Poi mi lascia sola; altra ora d’attesa, infine incontro il medico vero e proprio, una donna simpatica e sicura di sé: dieci minuti, prognosi, ricetta. Mi prescrive due medicinali, X e Y, avvertendomi che la cura dovrà essere modificata alla prossima visita, sia in dosaggio che in qualità (aumento graduale di X e diminuzione fino all'eliminazione di Y).

Vado via contenta, nonostante le tre ore di viaggio all’andata, altrettante al ritorno, il pedaggio autostradale e la benzina.

 

Seconda visita, inizio di dicembre 2011: solita ressa, soltanto che, malgrado un appuntamento fissato da loro stesse, scopro al mio arrivo che sia l’assistente sia il medico della volta scorsa sono misteriosamente assenti. Sguardi feroci da parte della tizia all’accettazione, che forse è stufa di sentirsi chiedere spiegazioni dai pazienti, o forse semplicemente non sa trattare con il pubblico.

Del resto, il mio amico studente me l'aveva detto che quella dottoressa era bravissima nel suo campo però, quanto ad orari di lavoro, ...come dire... tende un po' a fare come le pare.

Riesco in qualche modo, proprio tramite il mio gentilissimo amico, a farmi visitare da un altro medico, gentile e disponibile, che però non se la sente di cambiare la prescrizione della collega e si limita a togliermi il farmaco Y, che già l’altra mi aveva fatto progressivamente scalare a causa degli effetti negativi.

Vado via fiduciosa ma perplessa, forse anche a causa delle solite tre ore di viaggio all’andata, altrettante al ritorno, del pedaggio autostradale e della benzina.

 

Sto una settimana senza Y, poi sono costretta a riprenderlo – a metà dosaggio - perché sto peggio senza che con. Questo dopo telefonate (vane) ed sms (con risposte) all’assistente, che mi ha lasciato il suo numero di cellulare per ogni evenienza, invitandomi anche a contattarla su Facebook alla bisogna.

 

Terza visita, fine gennaio 2012: solita ressa. Attesa di due ore (con un altro romanzo in mano), poi venti minuti con l’assistente, che mi fa compilare un test che serve a lei per raccogliere dati per la sua tesi di specializzazione, attesa di un’ora, infine rivedo il primo medico, nel suo ufficio, per un minuto e mezzo. Vorrebbe lasciarmi i medicinali prescritti in dicembre, si alza, va verso la porta. Quando capisco che se ne sta andando, vado nel panico: le ricordo che era stata lei, proprio in dicembre, a dirmi che la cura andava cambiata, che uno dei due medicinali era eccessivo per il mio fisico e andava sostituito.

La dottoressa simpatica e sicura di sé è in piedi, alla porta, con una mano sulla maniglia. Ha fretta di andarsene. “Ah già. Allora”, si rivolge all’assistente, “dàlle Z al posto di Y. Due milligrammi al giorno, da raddoppiare dopo 4 o 5 giorni. Arrivederci.”

Sono letteralmente sconvolta. Chiedo all’assistente, sempre serena e sorridente come se niente fosse, se Z ha controindicazioni che dovrei conoscere, o farmaci con cui interagisce negativamente. “No-no, vai tranquilla... Non fare caso al bugiardino, lì scrivono di tutto...”

Mi fissa un altro appuntamento per metà aprile.

Vado via sconvolta, seccata, anzi incazzata, di certo anche a causa delle solite tre ore di viaggio all’andata, altrettante al ritorno, del pedaggio autostradale (aumentato con il nuovo anno, evviva!) e della benzina (il cui prezzo aumenta ogni giorno).

 

Sull’Abetone fa un freddo cane e c’è anche un po’ di neve: è un miracolo che l’autostrada non dia problemi di circolazione. Problemi che, infatti, ci saranno due giorni dopo quando inizierà l’ormai nota nevicata su tutta Italia, per cui mi renderò conto di aver avuto se non altro un’enorme botta di culo ad essere andata e tornata da Pisa con il sole.

 

Tornata a casa, mi documento su internet. Già, perché io ho il vizietto (stigmatizzato dai medici, i quali preferirebbero pazienti beoti e ubbidienti) di andarmi a documentare su cosa assumo. Non sono contraria ai medicinali, non credo nell’omeopatia, credo al massimo nei poteri farmacologici di alcuni medicinali fitoterapeutici. Ma voglio sapere cosa introduco nel mio organismo, quali benefici dovrebbe darmi e quali rischi corro.

Scopro così che, non solo il farmaco Z ha effetti praticamente identici al farmaco Y che dovrebbe in teoria sostituire, ma che, mentre Y, con i suoi limiti, ha alle spalle una certa reputazione scientifica, su Z esistono più studi internazionali critici e dubitativi. E anche nei forum di utenti e consumatori, che ritengo poco attendibili per l’estrema soggettività, ansia e immaginazione dei soggetti che vi scrivono, Z ha una pessima reputazione, con testimonianze pessime nove volte su dieci.

Ciononostante inizio a prenderlo. Piccoli effetti collaterali i primi giorni, poi cessati. Il problema è che, oltre a darmi scarsi benefici, Z mi dà un sacco di effetti collaterali psicologici, e una notevole insonnia: mentre almeno con Y dormivo!

Messaggio l’assistente, che però spiega candidamente, e rigorosamente per sms, di non potermi cambiare la cura se non di persona.

Ma io non posso, e forse nemmeno voglio più (lo realizzo leggendo quell’sms, che del resto mi aspettavo) andare a Pisa tutte le volte che la cura non funziona.

Non solo, ma soprattutto non accetto di andare fino a Pisa per essere visitata per un-mi-nu-to-e-mez-zo da una persona che non mi ha ascoltata, non ha riletto le sue stesse prescrizioni e ha sostituito un farmaco con uno quasi identico a quello che lei stessa aveva dichiarato di ritenere inadatto al mio caso.

 

È in quel esatto momento che la mia resistenza morale e finanziaria verso la sanità privata si spezza, e che decido di rivolgermi a un privato.

Il pomeriggio stesso telefono a uno specialista della mia città da cui sono in cura alcune persone che conosco. Per fortuna, ha un’ora libera l’indomani.

Visita, bello studio, una persona attenta e disponibile, un’ora di colloquio, ottanta euro secchi, ricevuta scaricabile nelle spese mediche.

Lo specialista ascolta la mia anamnesi e prende appunti. Critica esplicitamente, benché con pacatezza, la metodologia, la prognosi e le prescrizioni di Pisa -"Poi, sa, io lavoro da solo, non in équipe, è un po' diverso..." -, concorda con me sulla necessità di sospendere un farmaco che mi dà più problemi che benefici, mi suggerisce di pensarci su e di farmi eventualmente risentire dopo una quindicina di giorni, se e quando deciderò di farmi seguire da lui.

Esco rasserenata, e felice (è questo il problema, immagino) di aver speso ottanta euro del mio stipendio in cambio di attenzione esclusiva, di lucidità e di una cura specifica per il mio caso.

Il privato ha vinto un’altra volta, ma di chi è la colpa?

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