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ECONOMIA
17 gennaio 2014
Cosa succede se non sai nemmeno cos'è il marketing?
Sconvolti, eh?
Be', ecco la seconda lezione: per mettere in atto una qualsiasi strategia di marketing, on e off line, bisogna sapere l'inglese. Cercate un corso serale: molti Comuni offrono corsi a prezzi stracciati o addirittura gratuiti. Andate sul sito del più vicino Informagiovani: troverete corsi aperti a tutti, non solo ai ragazzi!

Ma siccome è passata una settimana e qualcuno, che ancora l'inglese non lo sa, magari è curioso, ecco la traduzione.

 

Tutti i giorni, in ufficio, ricevo E-mail e telefonate il cui argomento, in sintesi, è: lagna. Persone che si lamentano delle loro camere, vuote per la maggior parte del tempo.
Persone che si lamentano dell'enorme concorrenza dei bed & breakfast.
Persone che si lamentano della spietata concorrenza degli agriturismi.
Persone che si lamentano delle tasse troppo alte e della pessima qualità della pubblica amministrazione.
Persone che si lamentano di quei cattivi dei portali di prenotazione on line che si tengono tutti i tuoi guadagni.

Oh, dimenticavo: tutte queste persone sono imprenditori del settore turistico.
Il problema delle loro lamentele è che, per loro sfortuna, per la posizione che occupo io sono in grado di sapere esattamente, dal punto di vista statistico, come va il turismo. E, posso garantirvelo, in generale per la provincia di Mantova, il 2012 è stato un anno buono (indipendentemente da un lieve terremoto) e il 2013 anche migliore.
Ma allora, come può essere?
Che cos'è che non funziona nella percezione del reale di quelle persone? Non sarà per caso l'insistenza dei mass media sulla "crisi" ad influenzare la loro mente, facendo loro apparire la situazione peggiore di quello che è nella realtà?

No. Teniamo presente che la loro percezione della realtà è la loro percezione personale, privata, e che stanno dicendo la loro verità. Sono sinceri, insomma.
Trascurando quelli tra loro -  li conoscete tutti - le persone che non sono mai contente, che non sopportano la concorrenza, che sognano un socialismo reale dove i prezzi vengano decisi dall'alto (magari proprio da loro) e in una città non può esistere più di un singolo albergo (il loro) e due bed & breakfast (anche quelli loro) - la maggioranza di coloro che si lamentano non mentono quando affermano che lo scorso anno le loro camere sono state desolatamente vuote.

Ragion per cui l'unica domanda che rimane da farsi è: per quale ragione?
Perché la loro performance è stata così mediocre, paragonata a quella di concorrenti che lavorano nello stesso posto e la cui performance è stata nella media, buona o addirittura ottima?
Che cos'hanno i loro concorrenti per riuscire a riempire le camere anche in dicembre? E' solo fortuna? Un destino di successo che era scritto negli astri? Sconti e prezzi bassi con cui è impossibile competere? Un profumo misterioso spruzzato nei bagni?

La mia prima risposta è: marketing.
La mia seconda risposta è: web marketing.
La mia terza risposta è: social tourist.

E, a questo punto, non ho neanche bisogno di chiedere: se un imprenditore turistico si lamenta della crisi, del terremoto del 2012, delle tasse, della pubblica amministraione e della concorrenza spietata, non ho neanche bisogno di interrogarlo, perché ho già fatto lo stesso test ad almeno una dozzina di suoi colleghi e so già le risposte:
- Un piano marketing? .................... (silence)
- Marketing, dice? Ma io non ho tempo... Siamo solo io e mia figlia, e lei ha appena avuto un bambino! 
- Il sito? Sì che ce l'ho, in Italiano, naturalmente.
- Booking.com? Nooo, si trattengono troppi soldi!
- Pubblicità on line
? Dove? I portali del lago di Garda, dice? Oh, mai sentiti.
- Sul web? Senta, signorina: io so a malapena usare il compiùter, per cui non mi faccia perdere tempo con cose che sono troppo vecchio per imparare.

Considerate che stiamo parlando di una piccola città del nord Italia. Ma non una piccola città qualsiasi: solo a Mantova potete trovare la Camera degli Sposi, il capolavoro di Andrea Mantegna; le sinopie gotiche di  Pisanello; lo stupefacente Palazzo progettato e affrescato da Giulio Romano, e così via.

Mantova può essere inclusa tra le destinazioni turistico-artistiche italiane, proprio come Roma, Venezia and Firenze.
EPPURE
Se Mantova è così straordinariamente bella, come mai nel 2012 ha totalizzato solo l'1,5 % dei flussi turistici della Lombardia, mentre Milano se ne accaparrava il 50%?

Scusate se mi ripeto, ma di nuovo la mia prima risposta sarà: marketing.
La mia seconda risposta sarà: web marketing.
E la mia terza risposta sarà: social tourism.

La prossima volta approfondiremo. E non dimenticate: that's all marketing!

ECONOMIA
14 gennaio 2014
What happens if you don't even know what marketing is?

 

Everyday, in my office, I receive E-mails and calls whose subject is, in a word: complaint. People complaining about  their rooms, empty for most of the year.
People complaining about the terrible bed & breakfasts' competition.
People complaining about the cruel holiday farms' competition.
People complaining about high taxes and public administration's bad quality .
People complaining about wicked web reservation sites who try to drain all of their gains.

Oh, I forgot: all of these people are entrepreneurs in tourism.
The problem with their complaints is that, unfortunately, I am in a position to know exactly how, from a statistic point of view, tourism is going. And, upon my word, I can assure you that, in general, for Mantua territory, 2012 has been a good year (regardless of a small earthquake) and 2013 even better.
So, how can it be?
What is it that doesn't work in these people's perception? Is it the medias' pumping upon the crisis to influence their conscience, making them see the situation much worse than it is in fact?

No. Their perception of reality is their own, private perception, and they're true.
Apart from some of them -  you know, people who are never really satisfied, who can't stand competition and dream of a Socialist World where prices are decided by somebody (them, I suppose) and there cannot exist more than 1 hotel in town (their) and 2 bed & breakfast (their, too) - most complainers are not wrong when they claim that last year their rooms were bleakly empty.

So, the only good question is: why?
Why have their performance been so bad, compared to competitors working in the same place, whose performance has been average, good or fantastic?
What have got their competitors to fill their rooms even in December? Is it only luck? A successful destiny written in the stars? Uncomparable low prices and discounts? A mysterious perfume in the bathrooms?

My first answer is: marketing.
My second answer is: web marketing.
My third answer is: social tourist.

And, at this point, I don't even need to ask them: if a tourism entrepreneur complains about the crisis, the earthquake, taxes, public policies and a real wild competition, I don't need to ask him, because I've submitted my test to at least a dozen of them and I already know the answers:
- A marketing plan? .................... (silence)
- Marketing, you said? But I do not have the time... It's me and my daughter, and she's just had a baby! 
- A website? Yes, we have it, in Italian, of course.
- Booking.com? Nooo, their fees are too high for me!
-
Web advertising? Where? Garda lake websites, you said? Oh, I had never thought about it.
- On the web? Listen, Miss: I can hardly use computer, so please don't make my loose my time with things I'm too old to learn.

 

Consider we're talking about a smalltown in Italy. Yet, not an ordinary smalltown: only in Mantua you can find Camera Picta, Andrea Mantegna's masterpiece, the gothic sinopias by Pisanello, the astonishing Palazzo Te by Giulio Romano and so on.

It can be classified among art tourism destinations, just like Rome, Venice and Florence.
BUT
If Mantua is so exceptionally beautiful, why in 2012 it collected only 1,5 % of Lombardy sleeping tourists and Milano scored 50%?

Please excuse me for repetitions, but, again, my first answer will be: marketing.
My second answer will be: web marketing.
My third answer will be: social tourism.

Next time we'll talk it over. And don't forget: that's all marketing!

SOCIETA'
23 febbraio 2012
Di chi è la responsabilità? / 3

Così come mi sono rassegnata a tornare al privato per un servizio medico specialistico del quale mi sono avvalsa per qualche mese di una struttura pubblica, considerata d’eccellenza, in Italia: l’ospedale di Pisa.

 

Prima visita, fine ottobre 2011: ressa in sala d’attesa, medici che vanno e che vengono in tutta fretta. L’amico che studia nella clinica universitaria pisana, e che mi ha caldamente consigliato di rivolgermi al Sant’Anna, mi aveva preparata, e con un romanzo in mano posso resistere a tutto. Dopo un'attesa di quattro ore, vengo ricompensata con mezz'ora di colloquio con un’assistente, giovane e simpaticissima, il cui cellulare squilla in continuazione, lei non risponde (“Eh, qui come vedi è un po’ così, è un casino”) e, continuamente interrotta da medici e pazienti che entrano nell’ufficietto dove siamo come se niente fosse, mi fa domande, test e compila la mia cartella clinica.

Poi mi lascia sola; altra ora d’attesa, infine incontro il medico vero e proprio, una donna simpatica e sicura di sé: dieci minuti, prognosi, ricetta. Mi prescrive due medicinali, X e Y, avvertendomi che la cura dovrà essere modificata alla prossima visita, sia in dosaggio che in qualità (aumento graduale di X e diminuzione fino all'eliminazione di Y).

Vado via contenta, nonostante le tre ore di viaggio all’andata, altrettante al ritorno, il pedaggio autostradale e la benzina.

 

Seconda visita, inizio di dicembre 2011: solita ressa, soltanto che, malgrado un appuntamento fissato da loro stesse, scopro al mio arrivo che sia l’assistente sia il medico della volta scorsa sono misteriosamente assenti. Sguardi feroci da parte della tizia all’accettazione, che forse è stufa di sentirsi chiedere spiegazioni dai pazienti, o forse semplicemente non sa trattare con il pubblico.

Del resto, il mio amico studente me l'aveva detto che quella dottoressa era bravissima nel suo campo però, quanto ad orari di lavoro, ...come dire... tende un po' a fare come le pare.

Riesco in qualche modo, proprio tramite il mio gentilissimo amico, a farmi visitare da un altro medico, gentile e disponibile, che però non se la sente di cambiare la prescrizione della collega e si limita a togliermi il farmaco Y, che già l’altra mi aveva fatto progressivamente scalare a causa degli effetti negativi.

Vado via fiduciosa ma perplessa, forse anche a causa delle solite tre ore di viaggio all’andata, altrettante al ritorno, del pedaggio autostradale e della benzina.

 

Sto una settimana senza Y, poi sono costretta a riprenderlo – a metà dosaggio - perché sto peggio senza che con. Questo dopo telefonate (vane) ed sms (con risposte) all’assistente, che mi ha lasciato il suo numero di cellulare per ogni evenienza, invitandomi anche a contattarla su Facebook alla bisogna.

 

Terza visita, fine gennaio 2012: solita ressa. Attesa di due ore (con un altro romanzo in mano), poi venti minuti con l’assistente, che mi fa compilare un test che serve a lei per raccogliere dati per la sua tesi di specializzazione, attesa di un’ora, infine rivedo il primo medico, nel suo ufficio, per un minuto e mezzo. Vorrebbe lasciarmi i medicinali prescritti in dicembre, si alza, va verso la porta. Quando capisco che se ne sta andando, vado nel panico: le ricordo che era stata lei, proprio in dicembre, a dirmi che la cura andava cambiata, che uno dei due medicinali era eccessivo per il mio fisico e andava sostituito.

La dottoressa simpatica e sicura di sé è in piedi, alla porta, con una mano sulla maniglia. Ha fretta di andarsene. “Ah già. Allora”, si rivolge all’assistente, “dàlle Z al posto di Y. Due milligrammi al giorno, da raddoppiare dopo 4 o 5 giorni. Arrivederci.”

Sono letteralmente sconvolta. Chiedo all’assistente, sempre serena e sorridente come se niente fosse, se Z ha controindicazioni che dovrei conoscere, o farmaci con cui interagisce negativamente. “No-no, vai tranquilla... Non fare caso al bugiardino, lì scrivono di tutto...”

Mi fissa un altro appuntamento per metà aprile.

Vado via sconvolta, seccata, anzi incazzata, di certo anche a causa delle solite tre ore di viaggio all’andata, altrettante al ritorno, del pedaggio autostradale (aumentato con il nuovo anno, evviva!) e della benzina (il cui prezzo aumenta ogni giorno).

 

Sull’Abetone fa un freddo cane e c’è anche un po’ di neve: è un miracolo che l’autostrada non dia problemi di circolazione. Problemi che, infatti, ci saranno due giorni dopo quando inizierà l’ormai nota nevicata su tutta Italia, per cui mi renderò conto di aver avuto se non altro un’enorme botta di culo ad essere andata e tornata da Pisa con il sole.

 

Tornata a casa, mi documento su internet. Già, perché io ho il vizietto (stigmatizzato dai medici, i quali preferirebbero pazienti beoti e ubbidienti) di andarmi a documentare su cosa assumo. Non sono contraria ai medicinali, non credo nell’omeopatia, credo al massimo nei poteri farmacologici di alcuni medicinali fitoterapeutici. Ma voglio sapere cosa introduco nel mio organismo, quali benefici dovrebbe darmi e quali rischi corro.

Scopro così che, non solo il farmaco Z ha effetti praticamente identici al farmaco Y che dovrebbe in teoria sostituire, ma che, mentre Y, con i suoi limiti, ha alle spalle una certa reputazione scientifica, su Z esistono più studi internazionali critici e dubitativi. E anche nei forum di utenti e consumatori, che ritengo poco attendibili per l’estrema soggettività, ansia e immaginazione dei soggetti che vi scrivono, Z ha una pessima reputazione, con testimonianze pessime nove volte su dieci.

Ciononostante inizio a prenderlo. Piccoli effetti collaterali i primi giorni, poi cessati. Il problema è che, oltre a darmi scarsi benefici, Z mi dà un sacco di effetti collaterali psicologici, e una notevole insonnia: mentre almeno con Y dormivo!

Messaggio l’assistente, che però spiega candidamente, e rigorosamente per sms, di non potermi cambiare la cura se non di persona.

Ma io non posso, e forse nemmeno voglio più (lo realizzo leggendo quell’sms, che del resto mi aspettavo) andare a Pisa tutte le volte che la cura non funziona.

Non solo, ma soprattutto non accetto di andare fino a Pisa per essere visitata per un-mi-nu-to-e-mez-zo da una persona che non mi ha ascoltata, non ha riletto le sue stesse prescrizioni e ha sostituito un farmaco con uno quasi identico a quello che lei stessa aveva dichiarato di ritenere inadatto al mio caso.

 

È in quel esatto momento che la mia resistenza morale e finanziaria verso la sanità privata si spezza, e che decido di rivolgermi a un privato.

Il pomeriggio stesso telefono a uno specialista della mia città da cui sono in cura alcune persone che conosco. Per fortuna, ha un’ora libera l’indomani.

Visita, bello studio, una persona attenta e disponibile, un’ora di colloquio, ottanta euro secchi, ricevuta scaricabile nelle spese mediche.

Lo specialista ascolta la mia anamnesi e prende appunti. Critica esplicitamente, benché con pacatezza, la metodologia, la prognosi e le prescrizioni di Pisa -"Poi, sa, io lavoro da solo, non in équipe, è un po' diverso..." -, concorda con me sulla necessità di sospendere un farmaco che mi dà più problemi che benefici, mi suggerisce di pensarci su e di farmi eventualmente risentire dopo una quindicina di giorni, se e quando deciderò di farmi seguire da lui.

Esco rasserenata, e felice (è questo il problema, immagino) di aver speso ottanta euro del mio stipendio in cambio di attenzione esclusiva, di lucidità e di una cura specifica per il mio caso.

Il privato ha vinto un’altra volta, ma di chi è la colpa?

21 febbraio 2012
Di chi è la responsabilità? / 2

Ma non è questo il punto, mi sembra. Qui si tratta, banalmente, di ignoranza dei cittadini rispetto a un servizio che, per colpa, indifferenza o malafede, non viene adeguatamente pubblicizzato dal sistema sanitario.

 

Il punto non è nemmeno la scandalosa situazione italiana, e lombarda in particolar modo*, vòlta con ogni evidenza a scardinare la legge 180 in materia di aborto legale, rendendolo sempre più difficile, sempre più penalizzato, sempre più impossibile da eseguire.

Non è il punto di cui vorrei parlare oggi, perché ha motivazioni ideologiche e deriva dal ventennio berlusconiano, dove l’egemonia governativa del Pdl – partito relativamente laico sui temi bio-etici - per motivi di scambio elettorale, ha tacitamente permesso, anzi incoraggiato, anzi prodotto, un’egemonia di CL, della Lega e dei partiti cattolici a livello regionale e sanitario in molte regioni, con lo scempio che ora si vede.

Per testimonianze dirette di donne si leggano gli ultimi due mesi sempre sul blog della Lipperini.

 

Il punto sono i servizi sanitari pubblici sempre più carenti, tanto che quando dobbiamo fare un esame medico urgente o un’operazione, tendiamo sempre più a scegliere la struttura privata. Tanto è accreditata, a noi cosa importa se i costi per la Regione lievitano? Per la Regione, cioè per noi che paghiamo le tasse, ma in quel momento non percepiamo la connessione.

 

Talvolta, come mi è accaduto a gennaio di quest’anno, è lo stesso CUP a indirizzarti su una struttura privata per un esame radiologico, e quando insisti, l’operatore, scocciato, afferma che quel servizio al Carlo Poma di Mantova non si fa, perché Radiologia è inattiva per misteriosi motivi organizzativi. “Ma per lei che differenza fa? Tanto lei paga uguale”.

Non contenta, rifiuto e telefono al Carlo Poma; l’operatrice, scandalizzata, si arrabbia col CUP che dà informazioni sbagliate. “Non è la prima volta”, dice, “ma se loro non hanno disponibilità per la nostra radiologia, lei non ha altra scelta che andare nella struttura privata”.

Lo faccio, salvo poi dovermi recare a Radiologia, la famosa Radiologia non operativa, per il ritiro del referto.

Potrei indagare, polemizzare, scrivere lettere... e chi mi ascolterebbe? Lascio perdere e mi rassegno.

 

----------------------------

 

* Le nostre Asl sono notoriamente in mano a Comunione e Liberazione; difficilmente vieni assunto se non prendi la tessera Udc (come ha fatto un mio amico, per ironia della sorte, un tempo elettore dei Verdi) o Pdl.

SOCIETA'
18 febbraio 2012
Di chi è la responsabilità? / 1

“Noi siamo stati i più fortunati” ammette mia mamma, classe 1948.

“La vostra è l’unica generazione che non solo non ha visto la guerra, ma è stata tutelata (sto per dire from the cradle to the grave, ma lei non sa l’inglese e non ascolta gli U2) dalla nascita fino alla pensione. Noi lo saremo ancora per poco” faccio io.

 

Anche oggi, fresche testimonianze di un giorno di ordinaria amministrazione infernale in un pronto soccorso italiano, non sui quotidiani ma sul blog della giornalista Loredana Lipperini http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/.

Ma perché lo leggo? Non sapevo già che è così? Oddio, rispetto a Roma, o all’estremo sud (penso alla situazione siciliana o calabrese), noi mantovani siamo relativamente fortunati. Io quattro giorni al pronto soccorso non li ho mai passati. Due, tre, quattro ore per un codice bianco sì, più d’una volta.

 

Una notte di tre anni fa mi sono fatta ricoverare per una gastroenterite acuta.

Che cos’avrei dovuto fare? Quando stai male, di notte naturalmente, e abiti da solo, e la guardia medica è già venuta due volte, ti ha già fatto due iniezioni, e la terza volta comincia a guardarti seccata e a dirti: “Io più di così non posso fare, secondo me non è grave ma le consiglio di chiamare l’ambulanza”, tu obbedisci.

Per fortuna Mantova non è Roma, e l’ambulanza, di notte, una notte feriale, arriva subito.

Forse erano perfino contenti di avere qualcosa da fare. Di sicuro sono arrivati subito.  

E di sicuro ero contenta io, protetta, rassicurata dall’avere passato quello che restava di quella notte, più o meno dalle 4 alle 8, su una barella, e poi il ricovero in day hospital, gli esami di rito, la telefonata alla mamma che inizia con “Non agitarti, ma...”.

 

Il fatto è che, mentre noi scriviamo le nostre cazzate antistress su Facebook e Twitter, ci stanno smantellando attorno, pezzo per pezzo, il welfare state che eravamo abituati a dare per scontato.

La sanità e la scuola sono le prime di cui ci accorgiamo.

Chi, come me, non ha figli, percepisce più che altro la prima lacuna e solo di riflesso, dai massmedia e dagli amici, la seconda.

Il progressivo decremento della qualità e quantità dell’offerta sanitaria è chiarissimo per chiunque ne abbia bisogno.

E non conta niente, in questo ragionamento generale, constatare che oltre al medico di base, alla guardia medica e al pronto soccorso, esistono anche ambulatori di guardia medica aperti giorno e notte durante il weekend cui i cosiddetti codici bianchi potrebbero e dovrebbero rivolgersi in prima istanza quando hanno un calo di pressione, una colica, una ferita leggera.

Non conta perché il sistema sanitario fa di tutto per non farcelo sapere, che esistono questi presidi a metà via tra il medico di base e il pronto soccorso.

Non conta perché sono gli stessi operatori del presidio, quando dici loro con blanda aria di rimprovero, “Certo che se pubblicizzassero di più la vostra esistenza”, a scongiurarti di non diffondere la voce, che non vogliono mica ritrovarsi l’ambulatorio intasato.

Già. Perché entrambe le volte in cui ci sono andata io, l’ambulatorio era praticamente vuoto. La prima volta (pomeriggio del sabato di Pasqua 2010, taglio di un’arteria della mano e lieve sanguinamento) ci saranno state due persone prima di me. La seconda (calo pressorio di mia mamma) una persona se ne stava andando; sala d’attesa vuota.

 

Colgo l’occasione per informare i mantovani che di questi presidi, in città, ce ne sono due: uno a Lunetta (non sono riuscita a trovare l’indirizzo), l’altro non lontano dall’ospedale, in via Hrovatin 2. Altri due – pochi per la verità – si trovano a Castel Goffredo e a Goito. Come si può notare, restano completamente sguarniti la Bassa e l’Oltrepò, mentre è sovraservito l’Alto Mantovano.

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