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POLITICA
8 maggio 2012
Movimenti, partiti, lobby

E così l'unico vero vincente di queste amministrative è Grillo, tranne (ce lo ricorda giustamente Gramellini) nelle città in cui i sindaci hanno amministrato bene o così sono stati percepiti: vedi il vecchio-nuovo Orlando a Palermo, e il non simpaticissimo ma efficiente Tosi a Verona.

Tutti coloro che lo etichettavano come antipolitica, si stanno rendendo più o meno lentamente conto che il movimento 5 Stelle è semmai nuova politica, o se anti qualcosa, al massimo anti-partiti.

E a me la cosa preoccupa un po'. Se il Pd ha tenuto quasi ovunque, infatti, è perché solo i suoi elettori hanno abbastanza senso delle istituzioni e cultura della responsabilità da rendersi conto non solo del fatto che tenere in piedi il governo Monti in questo momento è un boccone amaro e soprattutto un atto di responsabilità verso il Paese; ma anche che sono gli unici a rendersi conto che i partiti, in un regime democratico, svolgono un ruolo indispensabile di cinghia di trasmissione tra cittadinanza e governo.

Quello a 5 stelle è dichiaratamente un movimento, ossia un'organizzazione fluida e magmatica non ancora strutturata nelle forme e nei modi del tradizionale partito di massa; è caratterizzato da molto personalismo, dal volontarismo (pochi soldi ma molto entusiasmo), dallo spontaneismo e da tutto quanto è caratteristico dello "stato nascente" alla Alberoni. Ma, storicamente, ogni movimento evolve nel tempo e si trova di fronte a un bivio: accettare di trasformarsi in partito e assumere una rappresentanza politica e una funzione di mediazione tra elettori ed eletti; o riassorbirsi nella società fino a sparire. Anche il Movimento 5 Stelle dovrà operare una scelta, se non oggi alle prossime politiche.

C'è poi una terza possibilità, sciagurata ma fortunatamente impensabile, almeno allo stato attuale, in Europa. Fuori dal mondo occidentale, laddove non ci sono i partiti e le costituzioni sono poco più che deliri ricchi di buone intenzioni, di solito regna per decenni un partito unico con elezioni farsa (vedi URSS o Cina). Dove il sistema partitico si sfascia, l'evoluzione è verso un regime militare e dittatoriale (Libia di Gheddafi, Egitto di Mubarak, svariati Paesi dell'Africa subsahariana). Tutte situazioni accomunate, oltre che dalla fine della democrazia politica, anche dalla negazione dei diritti civili e dal monopolio della violenza, fino alla prossima rivoluzione.

Non credo sia questo che vogliamo per l'Italia.

Si ritiene che i partiti della Seconda Repubblica si siano rivelati altrettanto inefficienti e arraffoni di quelli della Prima? Benissimo. La soluzione è semplicemente liquidarli e sostituirli con altri meno compromessi, più giovani, più efficienti. Ma nel contempo è indispensabile rimettere mano alle regole, disciplinando non solo l'accesso alla carriera politica (no alle candidature degli inquisiti, che infatti è uno dei capisaldi di Grillo), ma anche il numero massimo di mandati elettivi, l'età massima degli eletti, la trasparenza e la riduzione quantitativa dei rimborsi elettorali etc.

E, a proposito di rimborso pubblico dei partiti: anche su questo punto la maggior parte degli italiani non ha, o finge di non avere, le idee chiare: abolirlo tout court significa atterrare dritti nel modello Usa, nel quale le lobby (pensiamo a quelle del petrolio, o delle armi, o delle assicurazioni sanitarie private...) operano alla luce del sole e sponsorizzano spudoratamente i partiti perché questi ne facciano poi gli interessi in parlamento.

Ancora una volta mi chiedo: è questo che vogliamo?

POLITICA
12 ottobre 2011
Fino ai tempi supplementari

Annoia ripeterlo e ripeterselo, ma è l'unico modo per non incazzarsi.
No, non se ne andrà neanche stavolta.
Si può sfilare Fini, può fare i dispetti Tremonti, qualche leghista può sfidare Bossi di nascosto. La Corte dei Conti può far notare che alla manovra manca la copertura finanziaria, il Presidente della Repubblica potrebbe sollevare riserve e interrogativi, possono cercare di sfiduciarlo quante volte vogliono...
...Ma tra un parlamentare comprato e i tanti peones che, semplicemente, ci tengono a finire la legislatura e a garantirsi la pensione da parlamentare, al momento del dunque, i voti sufficienti questo governo ce li avrà sempre.

Giustamente faceva notare ieri Di Pietro che "persino nella famigerata Prima Repubblica, il governo si sarebbe immediatamente recato dal Capo dello Stato per rimettere nelle sue mani ogni decisione, comprese le dimissioni". Ma visto che una cosa del genere "il governo Berlusconi non la farà mai", l'Italia dei Valori si augura che Napolitano "possa autonomamente prendere atto che questo Parlamento e' ormai asfittico, perché non ha più nulla da dire e da dare al Paese. Prima che sai troppo tardi ponga fine al governo Berlusconi e ci mandi a elezioni anticipate".

Il treno dei ragionamenti dell'ex Pm è corretto, ma mi sembra non ponga in evidenza il punto centrale, cioè: qual è l'interesse di Berlusconi in tutto questo?

Voglio dire: Berlusconi, fino a prova contraria, è dal 1994 un uomo politico e leader indiscusso di un partito che, pur con qualche cambio di nome, si basa dal primo giorno su una raffinata analisi di marketing pubblicitario (penetrazione del prodotto attraverso le tv, i settimanali e i quotidiani di sua proprietà, riconoscibilità del brand, riconoscibilità del prodotto attraverso slogan semplici ed efficaci, linguaggio chiaro, rozzo e populista, segmentazione del corpo elettorale e analisi dei bisogni delle sue componenti, rapporto diretto leadership-masse...).
La sua leadership è indiscussa per il semplice motivo che in quel partito non vigono le regole non scritte dei partiti moderni: congressi per stabilire la linea, democrazia interna, lotta tra correnti, elezioni da parte degli iscritti, eventuali primarie, finanziamenti esterni da cittadini e gruppi di pressione. La recente nomina a segretario di Angelino Alfano essendo, con tutta evidenza, un semplice ritocco di fard sulle guance del vero leader, che per detta dello stesso Alfano, sarà il candidato premier anche alle prossime elezioni.

Partiamo dal presupposto che un uomo politico medio sia dotato di intelligenza, razionalità e capacità di portare avanti i propri interessi, oltre che (a seconda delle volte) quelli del partito, del gruppo di pressione, del clan, classe sociale, etnia, gruppo religioso che lo ha votato. E nessuno vorrà certo negare a B. intelligenza nella o al di sopra della media.

Ora, un altro uomo politico di qualsiasi nazionalità e schieramento, nell'attuale situazione di stallo, valuterebbe che, nel suo interesse, la cosa più opportuna, la più conveniente, sarebbe rimettere il mandato al Capo dello Stato e chiedere nuove elezioni.
Perché?
Ma perché si trova a un bivio tra due alternative impossibili: se fa una manovra finanziaria priva di contenuti come ha cercato di fare per tutta l’estate, l’UE lo bacchetta imponendogli più incisività, più riforme pro-sviluppo economico, più tasse e più giustizia sociale nella proporzionalità del peso fiscale rispetto al reddito, maggior tassazione delle rendite improduttive, più controllo sull’evasione fiscale – e lui queste cose non le vuole fare.

Del resto, sa bene che se facesse una manovra lacrime e sangue per tutti, ricchi compresi, non proprio come in Grecia ma diciamo almeno sul modello virtuoso della Germania, i cittadini lo punirebbero alle prossime elezioni, votando per chiunque altro.
Quindi, al posto suo, una persona dotata di un cervello funzionante, si dimetterebbe lasciando la patata bollente della manovra pesante al prossimo governo, che sarebbe comunque, visti i sondaggi, diverso da questo, con tutta probabilità un governo di centro (Terzo Polo) o di centro-sinistra (Terzo Polo + Pd).
In fondo è esattamente quello che ha fatto il centrodestra greco, lasciando l’onere di correggere i conti pubblici dissestati – e l’odio dei cittadini – ai socialisti di Papandreou.
Ed è il motivo per cui Zapatero ha annunciato con largo anticipo che non si ricandiderà alle prossime politiche: mettersi nella posizione del capro espiatorio della crisi economica e fare un passo indietro per salvare il salvabile nella speranza che il Psoe senza di lui resti in sella.

In soldoni: si tratta di saltare un turno (di governo) per ritornare più forti di prima, quando gli elettori con tutta probabilità puniranno i suoi avversari, responsabili di quelle inevitabili e impopolari misure che un governo demagogico non farebbe mai e uno serio sì.

Se partiamo da questa premessa, che cosa impedisce a Berlusconi (che in una recente intercettazione ha confessato di “volersene andare al più presto da questo Paese di merda”) di abbandonare il tavolo?
Torniamo al punto di partenza: il suo interesse.
Per un qualsiasi altro politico, anche della famigerata Prima Repubblica come direbbe Di Pietro, l’interesse personale primario è la conservazione a tutti i costi del potere politico. In quest’ottica si comprende come l’ipotesi di saltare un turno per tornare rafforzati dopo qualche mese o anno, sul lungo periodo sia la strategia vincente.

Per Berlusconi, no: il suo interesse primario sono i suoi forti interessi economici e i suoi sei processi in corso più quelli futuri ed eventuali. In tutti questi anni il suo solo affanno e preoccupazione è stato far approvare leggi che proteggessero la galassia delle aziende Mediaset, i suoi figli e soprattutto lui dalle conseguenze dei vari atti di corruzione di giudici, testimoni, imputati e altri, finalizzati sempre e comunque a garantire alle sue aziende una situazione di quasi-monopolio e di quasi-immunità fiscale in vari settori economici strategici, primo fra tutti quello mediatico.

Non può permettersi una strategia di lungo periodo, lui. Continuerà fino all’ultimo istante dei tempi supplementari a lottare, a corrompere parlamentari (e di disposti a farsi corrompere, in Italia, ce ne sono sempre) e cercare di garantirsi uno scudo giudiziario e fiscale, così da potersi godere tranquillo gli anni della vecchiaia lasciando le redini dell’impero a Marina e Piersilvio.
Sul lungo periodo, io non so se si veda ancora in Italia o non, piuttosto, in un buen retiro alle Bahamas o in qualche altro paradiso fiscale (del resto i suoi soldi immagino siano già lì ad aspettarlo): ma il suo orizzonte è quello, non la conservazione del potere politico fine a se stesso.

POLITICA
17 maggio 2011
Amministrative / 1

Intendiamoci, son soddisfazioni.
Credevano di vincere al primo turno, e vanno al ballottaggio.
Credevano, al massimo, di essere in testa al ballottaggio, e invece sono sotto di 7 punti percentuali.
Volevano il referendum personale sul Berlusca, e hanno preso una sberla.

Resta da capire perché.
Cioè, io vorrei poter dire che sono sicura che una mattina i milanesi si son svegliati e han cacciato l'invasor. Però, tra l'averci studiato e il resto, i milanesi un po' mi pare di conoscerli, e mi risulta che in maggioranza siano solidamente e tenacemente di destra. Non lo fanno apposta, ma faccio fatica a credere che il milanese medio, borghese e di mezza età voti volentieri Pisapia.
Chiaramente Pisapia per loro era come il babau, cioè non faceva paura a nessuno, né lui né il suo passato. Come mai? Ma perché anche lui, come i suoi concittadini, ormai è un distinto signore medio, borghese e di mezza età.

L'alternativa è maligna e molto peggiore: è il pensiero che la Lega, coscientemente, abbia fatto come alle Comunali di Venezia 2010, quando votò in massa per il candidato di sinistra facendo perdere il ministroB
runetta che credeva di avere la poltrona già sotto il culetto.
In effetti, a Milano, è solo un'ipotesi: la dimostrerebbe l'incazzatura di Berlusconi, o le desolate ammissioni di Verdini che proprio non se l'aspettava questo risultato (segno che i sondaggi hanno toppato di brutto), o appunto precedenti inquietanti come il caso Venezia.
A smentirla restano i pessimi risultati della Lega dove correva da sola, in roccheforti lombarde come Gallarate, Rho etc.
E tutto sommato sarebbe bello poter pensare che i milanesi, in proprio, hanno dato la spallata al berlusconismo.
Adesso la sinistra ha due settimane per non mandare in vacca il risultato. Forse basterebbe un po' di pragmatismo, di decisionismo, di sano realismo lombardo per vincere.

E, tra parentesi, alla faccia di Casini e di quei giornalisti che ieri, da Mentana, scuotevano la testa dicendo che col radicalismo si vince ma non si governa e non si fanno alleanze, le Primarie finora, quando sono state fatte seriamente (Napoli esclusa, quindi), hanno selezionato:
1) candidati in grado di vincere
2) candidati veramente di sinistra
3) candidati che alla base piacciono, cioè che la base è disposta a votare (allargandosi anche al centro).

POLITICA
24 dicembre 2010
La ben nota sensibilità femminile
 

Se torno a parlare di un argomento che non mi appassiona e che ho già sfiorato, è per togliermi un fastidio.
Gente come la Prestigiacomo e la Carfagna sono come quei pelucchi tra l'occhio e le ciglia che strofini, strofini, ti guardi allo specchio e non vedi niente; però il fastidio è ancora lì, allora ti rimetti a strofinare, prendi le ciglia tra due dita, fai di tutto, e qualche volta ce la fai. Ma che fatica, per un pelucchio invisibile!

La Carfagna e la Prestigiacomo sono l'emblema di come si è ridotto il nostro Paese e di come non si fa politica.
Politica è assunzione di responsabilità collettive (si parla anche a nome del proprio partito e dell'organo di cui si fa parte, specialmente se si è ministri) e soprattutto individuali.
Politica è capacità di prendere decisioni.
Politica è farsi il culo per anni in  campagne elettorali, consigli comunali, provinciali, riunioni di partito.
Gente come la Prestigiacomo e la Carfagna (non solo loro) sono la negazione di tutto questo.
Sono la dimostrazione di come senza alcun merito che non sia la fotogenia, la capacità di dire sempre sì e - indimostrata ma sempre sottotraccia - il passaggio nei letti giusti, oggi in Italia si possa assurgere alle più alte cariche.
Senza averne la statura, è questo il problema.

Non sto negando un minimo di intelligenza a questi due personaggi (basti pensare che il pomo della discordia, significativamente, è legato per entrambe a questioni ambientali): sto negando che abbiano la capacità di andare fino in fondo e di trarre le conseguenze delle loro parole e delle loro azioni.
In politica, piuttosto che dire una sciocchezza, è meglio - e meno pericoloso - tacere.
Se tu sollevi un polverone, dici ai giornali che non ti trovi più bene al governo, che attorno a te c'è un clima ostile, che le questioni che porti avanti vengono ignorate, poi devi trarne le conseguenze.
Devi avere il coraggio di dimetterti, di passare davvero al gruppo misto, mica di fare minacce a vuoto.
Invece, con queste due, il siparietto finisce sempre con loro che si appellano a Silvio.
Sanno, le poverette, di dovergli politicamente tutto.
Sanno di essere state nominate come yes-women.
Sanno che stanno facendo arrabbiare papà.

E siccome nella greppia di papà vogliono mangiare ancora, si appellano a lui, tirando la corda della pazienza di uno che secondo me, in questo momento, le butterebbe giù dalla rupe Tarpea insieme all'ingrata figliola prodiga Barbara, quella sì sua figlia veramente, che a sentirla criticare e zittire la Carfagna qualche giorno fa, l'unico pensiero spontaneo che mi veniva era il classico "Ma senti il bue che dà del cornuto all'asino".
Barbara, che è laureata in filosofia e qualche ragionamento dovrebbe essere in grado di farlo, forse non si è ancora resa conto che se è miliardaria, se fa già parte del consiglio di amministrazione del Milan e possiede quote azionarie delle numerose società del gruppo Mediaset, è solo per un caso legato alla sua nascita.

Almeno la Carfagna qualche sforzo più di lei l'ha fatto, porella!

POLITICA
13 dicembre 2010
Arrivederci Silvio ciao

Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi.
(Alessandro Manzoni, I promessi sposi)


Siccome ieri il Presidente del Consiglio ha affettuosamente augurato ai parlamentari del gruppo Fli che la notte portasse loro consiglio, la nostra redazione è andata a portare la colazione a letto a un vasto campione dei suddetti, ed è in grado di rivelare ai lettori i segreti delle loro alcove.


On. Logatto: ho fatto dei brutti sogni. Tutta colpa delle aringhe marinate.

On. Lopisci: ero con la D'Addario. Giocavamo che lei era Veronica e io Piersilvio e ci correvamo dietro vestiti da maestra e scolaretto e lei mi frustava con Il Foglio declamando Popper.

On. Lostrudel: ho riascoltato Die Valkyrie, sognando di invadere la Polonia e soprattutto l'Italia.

On. Loscrudato: bene, grazie, la dilatazione alle quattro del mattino era di cinque centimetri, se è maschio si chiamerà Addiosilvio.

On. Buttalapasta: ero nel caveau della mia banca a contare i soldi che mi sono arrivati da un finanziatore misterioso, che voglio pubblicamente ringraziare per la sua generosità. No, non glielo dico: il voto è segreto!

On. Pummarò: ho passato la notte al telefono tentando di convincere Guzzanti a votare la sfiducia. Niente da fare, quel testone afferma che il padre di Corrado, Sabina e Caterina Guzzanti il suo dovere verso la patria l'ha già fatto, e come dargli torto?

On. Scarrafuni: ritagliavo le pagine dei quotidiani del 13. Pensi che ben otto giornali, ieri, mi nominavano. Devo ricordarmi di mandare una foto decente.

On. Bocchino: sono andato al Bingo con la Carfagna, lei ha perso e ho dovuto prestarle pure dei soldi per il taxi. Nevermore!

On. Pelaloca: v. on. Loscrudato.

On. Piccionelesto: ma nulla, facevo un ritocchino agli zigomi della Santanché, dice che vuol essere in forma per il voto. Ormai è più gomma che altro, basta il pressurizzatore.

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La democrazia è fatta per gli anglosassoni: noi latini andiamo dietro a chi urla più forte (Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira)

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia (Blade Runner)

Il bello di essere al governo è che se una cosa non ti piace, puoi  renderla illegale (I love Radio Rock)

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