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POLITICA
3 maggio 2012
Cristal per tutti!

L'unica volta che ho incrociato Renzo Bossi dal vivo, è stato l'estate scorsa a Milano. Immagino fosse fine luglio: la Regione Lombardia indice sempre geniali riunioni di totale inutilità a fine luglio. E siccome la Regione Lombardia è proprietaria di quasi tutti gli edifici che si stendono tra la Stazione Centrale e Porta Garibaldi, io tornavo da una delle sedi secondarie, diretta a Centrale, mentre Bossi Jr e Matteo Salvini uscivano dal Pirellone.

A me il Pirellone piace. Anche l'altro grattacielo che hanno costruito in Piazza delle Città di Lombardia (indirizzo coniato ad hoc, e che fa un po' ridere), tutto vetro e cemento. Ricorda la sigla di Beautiful, è grandioso e cafonal quanto basta.

Comunque. Ho visto Bossi e Salvini. Ci siamo passati vicini, sotto un sole accecante che faceva somigliare le pareti vetrate del Pirellone a specchi ustorii giganti. E per un attimo mi è venuto da ridere. Non per Salvini, che viene da vent'anni di gavetta e che, nonostante non condivida un grammo delle sue idee, è il classico militante dotato di quella dialettica nordista vivace e comunicativa che piace tanto ai suoi elettori.

Per l'altro. Per quel ragazzotto dall'espressione bovina, che incedeva tutto fiero della sua ventiquattrore e della sua giacca e cravatta, come un bambino il primo giorno di scuola. "Chissà Salvini come se lo coccola, come gli insegna i trucchi del mestiere etc." ho pensato. "O se magari invece non lo regge, e gli tocca fare buon viso a cattivo gioco perché è chiaro: il Trota non si tocca. E' il figlio del Capo, e nella Lega, se tocchi il figlio del Capo, sei fuori. Chissà se Salvini lo giudica un idiota di totale ignoranza come lo giudico io. Mah." E ridevo, ridevo...

Ho riso per due o tre minuti, dopo quell'apparizione. Fino a quando non mi è venuto in mente che il Bossi Renzo, in arte Trota (dixit pater), per le sue comparsate in Consiglio Regionale prendeva circa 12mila euro al mese. E allora, da cittadina italiana che prende la stessa cifra con uno zero in meno, nonché da cittadina lombarda che paga le tasse in Lombardia, non mi è venuto più tanto da ridere.

Oggi scopriamo che il Bossi Jr, in arte Trota, si era comprato anche una laurea triennale in un'università privata albanese, la Cristal (come lo champagne). Pagata con i soldi dei rimborsi elettorali della Lega, cioè sempre con i soldi di noi elettori. Devono aver pensato che, se il padre era con fatica riuscito a diplomarsi per corrispondenza alla Scuola Radio Elettra, a cotanto figlio - vista la sua odissea per conseguire un modesto diploma di maturità - il titolone di dottore conveniva direttamente acquistarlo.

Oggi la Lega lo scarica, non mettendolo alla gogna come il "tesoriere più pazzo del mondo" e la Rosy Mauro capra espiatoria (sulla vergogna di questo trattamento ci sarebbe da scrivere un manuale, ma basta quello di René Girard). Semplicemente facendolo dimettere da consigliere e imponendogli il silenzio per qualche tempo. Scommettiamo che tra un paio di turni si ricandiderà?

Ma il punto non è l'ignoranza della famiglia Bossi, bensì il suo millantare titoli di fantasia. Bossi padre fu cacciato di casa dalla prima moglie perché per anni le aveva fatto credere di frequentare la facoltà di Medicina, e invece passava le giornate al bar. Poco male: se avesse continuato così, avrebbe fatto meno danni.

Più modesto, e più pratico, Renzo si è limitato a comprare l'ambito pezzo di carta. Sì, perché la laurea, signori miei, oggigiorno bisogna averla. E' una questione di prestigio, evidentemente. Se non riesci a prenderla, non vuol dire soltanto che sei ignorante; vuol dire che sei un idiota.

E la cosa mi deprime. Non tanto perché penso a quanti di noi cittadini comuni hanno pagato notevoli cifre in libri e tasse di iscrizione, senza parlare di pasti, treni, appartamenti; studenti "ordinari" che si sono sbattuti per superare gli esami, uno dopo l'altro, anno dopo anno, qualcuno magari lavorando. Ma perché so con certezza che la maggior parte delle lauree italiane non serve assolutamente a niente, sul mercato italiano del lavoro. Dite che è un'affermazione demagogica?

No. Non sto sostenendo che tutte le lauree italiane siano inutili. Quelle in Medicina, la maggior parte di quelle in Ingegneria, alcune altre lauree scientifiche superspecialistiche servono. Così come aiuta, eccome se aiuta, avere un titolo della Bocconi (tanto che, a saperlo prima, col cavolo che facevo Scienze Politiche alla Cattolica; avrei speso e faticato un po' di più, ma a quest'ora chissà quanto guadagnerei).

Per tutto il resto ci sono le conoscenze. I parenti. Gli amici. Le raccomandazioni dei politici. L'ideale è avere il papà politico, come Renzino nostro.

Gli idioti siamo noi, non loro.

POLITICA
25 maggio 2010
Ma la Gelmini non lo sa


All'inizio pensavo di essere tarda io a capire.
Cioè: un ministro della repubblica italiana (fingendo di non sapere che la materia è stata delegata alle regioni), quello dell'istruzione, propone di far iniziare il prossimo anno scolastico a ottobre.
Motivo?
Rullo di tamburo: perché l'Italia è un paese turistico e ritardare l'inizio dell'anno scolastico gioverebbe al turismo.

I miei quattro neuroni si mettono in moto, cik ciak, scrreeeetchhhh, quello di destra cigola un po' ma si mette in moto anche lui, le sinapsi si attivano e forse (forse) posso azzardare una spiegazione: il ministro Gelmini crede o sa che al sud i genitori mandano ancora i bambini a lavorare invece che a scuola e quindi mandarli a scuola troppo presto (cioè a settembre) sottrarrebbe manodopera fresca e gratuita al Pil occulto del Belpaese.
Perché, esistono altre spiegazioni?
A me sinceramente non ne vengono in mente altre.
Poi ho anche altro a cui pensare e mi dimentico della cosa.

Finché, verso sera, sento un tg che ne discute e mi viene offerta la vera soluzione del rebus.
Altro rullo di tamburo.
Bisogna aspettare a mandare a scuola i bambini italiani perché così le famiglie spenderanno di più in vacanze, sul suolo italico.
E qui ci resto secca.
Voglio dire, non so se abbia studiato economia, non so nemmeno se sia laureata la Gelmini, mi pare che prima di darsi alla politica facesse la commercialista, ma al netto della sua cultura,
in questa connessione scuola-vacanze ci sono non dei deficit logici, non delle idiozie: ci sono dei veri e propri buchi neri.

Intanto si dà per scontato che chi va in vacanza resti nel proprio paese.
Assurdo. Le statistiche dell'Enit e dell'Istat ci dicono che il turista non va tutti gli anni nello stesso posto, che ogni destinazione compete ormai con tutte le altre (es. mare Italia con mare Croazia ma anche con città d'arte e con montagna estiva), che le sue scelte dipendono dalla sua moneta (es. gli statunitensi in Europa sono calati moltissimo con la svalutazione del dollaro rispetto all'euro).
Azzarderei, ma questa cosa resta fuori dalle statistiche, che ad andare tutti gli anni nello stesso posto, da noi, sono quelli che hanno la seconda casa in qualche destinazione turistica o che vanno a trovare i parenti, esempio molti del centrosud che risiedono al nord. Cioè persone che spenderanno pochissimo, useranno la loro auto e la loro (seconda o parentale) casa.

Poi si finge di ignorare che, sempre secondo le ricerche dei suddetti enti, l'italiano medio ormai da anni non fa più vacanze lunghe, ma solo settimane o addirittura weekend. Che ci siano bambini o no.
Perché? Perché ha poche ferie, o pochi soldi, perché va di moda la vacanza low cost e il pacchetto last minute, l'occasione presa al volo; we live in a liquid world e la maggior parte di noi non se la sente più di programmare le vacanze, o per timore del futuro (oggi lavoro: domani potrei essere in cassa integrazione) o per riluttanza ad impegnarsi e programmare a lungo termine il tempo libero, l'ultima illusione di libertà che ci resta.

Poi c'è l'assioma per cui se i bambini non vanno a scuola, andranno sicuramente in vacanza.
No, sul serio, non ridete, fermatevi a pensare.
E' vero che gli italiani hanno più ferie dei giapponesi, ma nessun genitore tranne le mogli dei ricchi ha tutta l'estate libera settembre compreso. E quindi, di grazia, signora Gelmini, posto che i bambini siano liberi da impegni scolastici, chi li dovrebbe portare al mare in settembre?
Ma lei davvero vede ancora lo scenario semifiabesco delle poche famiglie benestanti che, a fine ottocento, o nella belle époque, affittavano la casa per le vacanze e, dopo un epico trasloco comprensivo di mobili, suppellettili, due bambinaie, una nutrice per il neonato, tre cameriere, due cani a pelo lungo, due nonne e otto bambini (si sa, solo nelle famiglie ricche, e salvo malattie mortali, la prole era numerosa) si stabilivano felicemente per tre-quattro mesi in Liguria, a Sorrento, in Normandia o altro locus amoenus?
Ma dove le ha viste nell'ultimo mezzo secolo queste scene?
Ma come si fa?

Come fanno in generale i ministri di questo assurdo governo a non vergognarsi ogni volta che aprono bocca, e questa in particolare nella situazione di crisi in cui siamo?!?
Come fa a fingere di non sapere che molte famiglie, e sopra tutte le famiglie con figli, è già grasso che cola se riescono a strappare a qualche tour operator una settimana a Sharm-el-Sheik in luglio e una sulle montagne austriache (che costano molto meno dell'Alto Adige per non parlare della Val d'Aosta, ma la Gelmini non lo sa) in agosto?
Ma con quali soldi dovrebbero farsi altre vacanze a settembre? E chi gliele dà le ferie? Ah, già, adesso ci tireranno fuori i buoni-turismo del risorto ministero brambilliano. L'anno scorso, appena usciti, avevo fatto la simulazione sul sito ufficiale per vedere quanto avrei preso io, single: cinquanta euro, fantastico.

NB: l'esempio sopra citato (Mar Rosso + Austria) non è affatto inventato, è semplicemente la somma delle vacanze fatte l'estate scorsa da una famiglia di miei amici con uno stipendio e mezzo (lui impiegato, lei ex operaia ora donna delle pulizie a ore) e due bambini piccoli.

DIARI
14 gennaio 2010
Dialogo al self service

Oggi al self service sono da sola.

Mi cerco un tavolino piccolo.
Ne trovo uno accanto alla vetrata laterale all'ingresso. Attorno al mio ci sono: un altro tavolino piccolo, vuoto; un tavolo da quattro occupato da tre ragazzine, tutte con quegli stivali pelosi americani beige; e un altro tavolo da quattro con due ragazzi loro coetanei, e probabilmente della stessa scuola, che è poi la stessa scuola dove andavo io un milione di anni fa o forse più.

Mentre mangio sento che i ragazzi stanno ridendo di cuore e cerco di capire perché.
"Sì, insomma, si sono ammazzati insieme", dice uno, senza smettere di scrivere un sms sul cellulare.
Non vedo la faccia dell'altro, ma lo sento ridere ancora.
"Pensa te, che bell'esempio!" aggiunge lo scrittore, e ride anche lui.

Capisco che stanno parlando della coppia suicida (lei aveva pochi mesi di vita, era malata; lasciano un ex coniuge e due figli a testa) apparsa sui quotidiani locali di ieri.
Vorrei alzarmi e andare a dire qualcosa ai due... come definirli? Ma mi rendo conto che non ho la minima speranza di sensibilizzarli.
Non ridevano neanche con cattiveria, non hanno fatto umorismo macabro. Semplicemente trovano la cosa divertente. Proprio come trovano normale chiacchierare tra loro e nello stesso tempo mandare sms a raffica a chissà chi, che chissà se li leggerà e se prova qualche interesse per quello che i due stanno scrivendo.

Le ragazze stanno parlando di voti, avranno una verifica scritta oggi pomeriggio. Quella che parla pare preoccupata, o forse si sente in dovere di sembrarlo, come quella mia compagna che diceva sempre: Ho preso 4, e poi invece prendeva tutti 8.

Continuo a mangiare.

Oggi al self service mi sento sola.

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