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cinema
11 gennaio 2014
Perdersi 'Il capitale umano' è un crimine verso se stessi


Film dell'anno, e lo ridirò anche tra 11 mesi
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Storia cattivissima, che solo un regista cattivissimo poteva scegliere.

Sceneggiatura qua e là un po' ingenua (troppo comodo trovare il pc della figlia acceso con e-mail scottante e ancora da spedire, no?), che tuttavia nel suo impianto generale fila che è un piacere, emozionandoci fin dai primi istanti con la lunga sequenza muta in cui la cinepresa segue la futura vittima di un incidente notturno.
Ma non è un noir, malgrado qualche apparenza. E' un dramma balzachiano.

Interpreti in stato di grazia, e mi riferisco in particolare a una Bruni Tedeschi mai così adatta ad un ruolo. Perfetti anche i due Fabrizi e l'altra Valeria. Perfetti molti comprimari noti (Gigio Alberti, Luigi Lo Cascio) e meno noti.
Ma la vera rivelazione attoriale del film, e se ne sono già accorti in molti, critici e spettatori, è la giovanissima esordiente Matilde Gioli, dallo sguardo magnetico e dalle energie scattose e nervose, quasi da eroina di action movie.

Da un romanzo Usa ambientato in Connecticut, Virzì trasferisce tutto in Brianza (vi prego di stendere con me un velo pietoso, anzi un sudario, su polemiche di politici incapaci persino di supporre che stanno facendo pubblicità gratuita al regista toscano), e fa benissimo, perché non so voi, ma io avrei avuto qualche difficoltà a trovare credibile la stessa storia, se ambientata nel Parco Nazionale d'Abruzzo o sulle montagne del Sulcis.

Va in scena, apparentemente, lo scontro frontale genitori / figli (i primi non capiscono i secondi), ma anche quello ricchi / poveri (i ricchi sono spietati, i poveri tendono a farsi ingannare), integrati / non integrati (dove i secondi si riconoscono perché vanno dallo psicologo della mutua), forti / deboli (gli uomini sono forti e in gamba, le donne deboli e oche), infine onesti / disonesti (che dovrebbe ricalcare "ricchi / poveri").
Invece no.
Rimontando sadicamente la stessa scena da tre punti di vista diversi, pian pianino il Virzì ci porta a sollevare qualche tappeto e pure qualche interrogativo, tipo: le cose sono sempre come sembrano? Se è vero che giudichiamo gli altri in seven seconds, quanto ci metteremo a capire qualcosa, oltre le apparenze e - appunto - i pregiudizi?
Alla fine emergerà con sconsolante evidenza che in certi giochi nessuno può sia vincere che salvare l'aureola, salvo forse chi rifiutava dall'inizio di partecipare al gioco, come l'ingenua e sprovveduta Roberta.

Ma mentre all'inizio dello spettacolo il finanziere-squalo Giovanni ci fa schifo, l'immobiliarista Dino pena e l'altoborghese Bruni Tedeschi tenerezza, un'ora e mezzo dopo state certi che Dino ci farà infinitamente più schifo dello spietato Giovanni (spietato anche con il figlio, al punto da rifiutare di difenderlo quando è accusato di essere un pirata della strada), e Carla poco meno.

Il buon cinema è così. Riesce a lasciarsi alle spalle gli stereotipi su cui noi stessi campiamo per comodità e sbrigatività, e punta al cuore.

Che cosa è veramente successo quella notte? Chi guidava il Suv?
Sono domande che non interessano più di tanto a Virzì (come ho già scritto, questo non è un noir).
Quel che gli preme è farci notare che abbiamo sbagliato tutte le nostre valutazioni. Che la moglie scema, alla resa dei conti, non era affatto scema. Che la ragazzina viziata, alla prova dei fatti, ha un carattere d'acciaio. Che il finanziere dalla voce baritonale, quando gli vengono i cinque minuti, urla stridulo come una gazza.
Le vere domande che affollano la sua, e la nostra, mente, sono: cosa sarebbero disposti a fare i protagonisti per salvare se stessi o altri? Cosa sarebbero disposti a fare per i soldi?

E, soprattutto, noi, al posto loro, cosa saremmo disposti a fare?
cinema
6 novembre 2012
Spezzatino ad Atene

Mi aveva infastidita, nell’ottimo Bella addormentata, la Huppert che recita metà in italiano metà in francese, ma interpretava una famosa attrice teatrale e quindi i suoi monologhi potevano ancora essere in parte giustificati dal personaggio. E io adoro Isabelle Huppert, che è tutto dire.

 

Di solito quando si vuole (o ci impongono) un attore straniero in un film, e sapendo che il suddetto non potrà non far sentire il suo accento originale, gli si fa interpretare un personaggio che, dopo mezzora, spiegherà ai coprotagonisti di essere appena emigrato dalla Spagna o dalla Norvegia: Banderas, poraccio!, da quando ha sposato la Griffith è abbonato a questo genere di ruoli.

Pensiamo a Bruno Ganz, che in Pane e tulipani fa addirittura l’islandese che sa a memoria l’Orlando Furioso, eppure ci è piaciuto così tanto!

Insomma, non è detto che queste scelte di cast stonino sempre.

 

Di sicuro stonano, e molto, in Appartamento ad Atene (dell'esordiente Ruggero Di Paola, Italia-Germania 2011), dove nell’ordine abbiamo:

- il tedesco Richard Sammel, tradotto in italiano;

- il greco Gerasimos Skiadaressis, non tradotto, che parla in italiano ma con pesante accento greco;

- l’italiana Laura Morante, che parla in italiano con accento umbro;

- i due bambini (esordienti e bravi) Vincenzo Crea e Alba De Torrebruna, che parlano in italiano con accento romanesco.

 

Ora: siccome il film è tratto da un romanzo del 1945 dell’americano Glenway Wescott (chissà perché, tradotto in italiano solo di recente), e parla di una famiglia ateniese che si ritrova costretta a ospitare un ufficiale nazista, è evidente come purtroppo queste scelte suicide inficino in modo irreversibile la credibilità della storia e l’immedesimazione dello spettatore.

Se tu, regista o produttore, decidi (legittimamente) di far recitare la madre e i suoi figli a tre attori italiani dalla cadenza regionale, allora potevi benissimo avere la coerenza di fare la stessa scelta di cast con l’ufficiale tedesco e il padre greco. Tutti italiani, e via.

Tanto il film è stato girato in Puglia!

Invece no, mi dai un pot-pourri linguistico che distrugge qualsiasi possibile sospensione della credulità. E di fronte a uno spreco di risorse umane del genere, non posso che rimanere allibita. Perché la storia, di per sé, sarebbe intensa, drammatica e coinvolgente quanto basta.

Invece, per carità, recitano tutti abbastanza bene, ma non ci permettono mai di dimenticare di essere rispettivamente l’attrice umbra che ha recitato con Nanni Moretti etc., due espressivi bambini romani e un buon attore greco assunto per recitare in italiano in una produzione italo-tedesca.

 

Discreti ma spesso retorici i dialoghi; come già sottolineato dalla critica, la predominanza di scene in interno ne fa un dramma da camera, al limite della pièce teatrale, salvo darci una boccata d’ossigeno ogni tanto con intermezzi nei vicoli e per le strade di un’Atene ricostruita a Gravina di Puglia (molto bella, a mio parere, la scena della visita alla tomba in cima a una collina pietrosa).

 

A parte ciò, abbiamo il già visto conflitto occupati-occupanti, con i vinti divisi tra coloro che obbediscono e coloro che non si piegano; e il vincitore che lentamente, sotto i colpi della guerra, perde in crudeltà e acquista in umanità, nonostante il tragico finale.

Non ci vengono risparmiati né Sofocle né Nietzsche né l’amore teutonico per la musica classica (d’altronde la cultura tedesca, specie quella nietzscheana e quella wagneriana, di tragedia greca è imbevuta, quindi ben venga la contrapposizione tra le due ideologie), la visione dell’amante tedesco della guerra e quella del greco pacifista, infine accomunati dai lutti familiari.

 

Tematicamente, nulla di nuovo rispetto al Silenzio del mare di Vercors (i francesi che oppongono all’occupazione il rifiuto di parlare ai nazisti occupanti) o a tanti film con il tedesco cattivo redento da spiragli di umanità (Schindler’s List, Il pianista, La caduta, Il bambino con il pigiama a righe, The reader).

Insomma, un film abbastanza inutile, o tardivo nella mole di cinematografia sulla seconda guerra mondiale, e sul nazismo in particolare, che già ci ha fatto vedere sotto tutte le angolazioni il rapporto fra guerra, Shoah e senso di umanità. 

 

Mi si ribatterà - è questa l'idea di fondo della recensione di Movieplayer - che la pellicola è innovativa proprio nel suo focalizzare l'esperienza psicologica della guerra sul microcosmo di un'unica famiglia e di un'unica casa, ma anche qui mi sembra che i tanti spunti psicologici si perdano via via: la figlia fragile e vanitosa, il sadismo dell'ufficiale, il carattere ostinato della madre e quello ribelle del figlio... Cosa non avrebbe fatto un Hanecke di simile materiale!

Alla fine restano in piedi solo due conflitti: quello padre/figlio (il primo si piega, il secondo no) e quello greco/tedesco (il dramma nascerà infine dal fraintendimento del primo: che attraverso l'amore per la cultura, si possa giungere a una vera comunione e compassione).

 

 

Nel giorno in cui il Sole 24 Ore annuncia che la casa farmaceutica Merck (tedesca, e dalle ironiche assonanze) sospenderà l’invio di farmaci antitumorali alla Grecia per i mancati pagamenti, mi sembra che il nazismo e la seconda guerra mondiale siano l’ultimo dei nostri problemi, o di quelli greci.

cinema
18 settembre 2012
"Bella addormentata", di Marco Bellocchio

Se penso che nessuno mi ha fatto compagnia perché pensavano che fosse un film “deprimente”, “triste”, insomma da fazzoletto sempre pronto...!

 

Bella addormentata (Bellocchio, Italia 2012) è secondo me il miglior film mai fatto da questo regista. Del Bellocchio che conosciamo ha il coraggio, la laicità urticante, il gusto della dissacrazione, l’uso drammaturgico della colonna sonora.

La novità è che, come se avesse fatto un bagno di salute nell’opera dei migliori registi della nuova generazione, primo fra tutti Sorrentino, il Sorrentino del Divo per intenderci, qui Bellocchio rinuncia ai dialoghi pretenziosi e teatrali di troppe sue opere, alle scene troppo lunghe e tirate, a certi personaggi isterici e inutili di altri suoi film.

Le storie dei suoi personaggi non si intrecciano troppo, evitando quel fastidioso effetto Babel in cui sembrava che la divina provvidenza si fosse data alla regia e che tutto finisse per avere un Senso.

 

Ma per Bellocchio di cose senza senso ce ne sono molte, anche troppe, e non è certo per dare risposte definitive che ha girato un film imperniato sulle ultime ore di non-vita di Eluana Englaro, inventandosi un carosello di persone (il politico indeciso, sua figlia cattolica integralista, i due fratelli laicisti, la madre di una ragazza in coma e l’altro suo figlio trascurato...).

 

Al contrario, penso che tutti potrebbero apprezzare – cattolici compresi, se vorranno vedere il film prima di giudicarlo – la presentazione dei vari punti di vista, delle angosce, delle ipocrisie e dei voltafaccia di questi personaggi, senza contare la dialettica dei tg, la voce e la mimica dei politici che sulla vicenda Englaro specularono spesso e a sproposito, dissero la loro, votarono, senza peraltro approvare la legge che la maggioranza avrebbe voluto per impedire alla famiglia Englaro di lasciar morire la ragazza in coma da diciassette anni.

 

Di belle addormentate ce ne sono ben tre, qui, e non starò a spoilerare sulle loro vicende. Interessante però è in particolare quella della ragazza tossicodipendente, il suo monologo sulla libertà, il suo dialogo con il medico che quella libertà non la capisce fino in fondo, e il gesto finale di lei.

Mentre, purtroppo, l'improvviso flirt tra i due attivisti di opposte fazioni, la Rohrwacher e Riondino, rende sfuocate e pochissimo comprensibili le loro motivazioni ideali e ideologiche, bruciando quindi l'autenticità dei due personaggi.

 

Molto ben recitato (non si sa se preferire il sempre ottimo Servillo o la sempre perfetta Huppert, o lo splendido e commovente Riondino, o il sorprendente Gianmarco Tognazzi, senza scordare la splendida Sansa...), Bella addormentata beneficia anche di scene oniriche meravigliosamente felliniane. Tra quelle in Parlamento, tutte da antologia, resterà negli annali del cinema italiano, e del cinema politicamente impegnato, quella suprema della sauna, con l’Herlitzka psichiatra e senatore che ci disillude sulla sanità mentale dei suoi sodali.

E non si parli qui solo di Satyricon, di cinema grottesco, di fantasie morbose: nulla di fronte ai toga party che ci presentano i media in questi giorni.

Toga party, è chiaro, lecitissimi in sé e per sé, molto meno se pagati con i soldi dei rimborsi elettorali.

 

Lo scrivo da persona che non ha ancora visto nient’altro di Venezia 2012: per me, questo film, il Leone d’Oro lo avrebbe meritato eccome. Altro che provincialismo.

cinema
9 marzo 2012
Modi di festeggiare degnamente una ricorrenza

  e fu così che dal piumino per la polvere si arrivò alla paperella...

 

Quale modo migliore di festeggiare noi donne che passare una simpatica serata di intrattenimento in compagnia di Rupert Everett, Maggie Gyllenhaal e di una strabiliante invenzione di cui non si conosce l’anno esatto, ma siamo all’incirca nel 1880?

“Si direbbe che usciamo tutti da una seduta anche noi altri” commenta una ragazza all’uscita dal cinema. Infatti stiamo ridendo tutti di cuore, donne e (quei pochi) uomini presenti in sala.

 

Merito del tono brillante ma non sarcastico, esplicitamente sessuale ma non volgare, sentimentale ma non troppo di un film che chissà quanto pecoreccio sarebbe diventato nelle mani di un regista italiano. In Hysteria (di Tanya Wexler, con Hugh Dancy, Maggie Gyllenhaal, Rupert Everett, UK-F-D, 2012) troviamo invece prostitute, signore borghesi che implorano un altro “massaggio”, urla di piacere etc. etc. senza che mai si veda un capezzolo o un fondoschiena.

Miracoli dell’età vittoriana!

 

Rimprovererei al film una graduale ma inarrestabile deriva, tipo piano inclinato, da una prima parte farsesca e convincente e, in generale, molto divertente, a una seconda troppo ambiziosa, nella quale le sacrosante rivendicazioni politico-sociali delle prime suffragette inglesi e i toni da commedia sentimentale che devono avere il loro happy end costi quel che costi, forzano troppo la mano alla regista, costringendola a banalità già viste mille volte (il processo con l’appassionata autoapologia dell’eroina alla sbarra; la dichiarazione d’amore in ginocchio...).

Voglio dire che se si fosse voluto fare un film di denuncia, i toni avrebbero dovuto essere ben altri: sarcastico-swiftiani, nella migliore tradizione inglese, o in alternativa drammatici, con una Charlotte infine rinchiusa in manicomio e isterectomizzata come si usava allora, spesso in totale e agghiacciante buona fede medica.

Volendo fare una commedia dove tutto è bene quel che finisce bene, e mettendoci la ciliegina sulla torta di un Everett che ha già vestito con convinzione panni derivanti da Oscar Wilde, i temi femministi finiscono per essere la solita spruzzatina di buonismo hollywoodiano che fa contenti tutti, perché siamo buoni tutti a condividere quelle nobili aspirazioni due secoli dopo.

 

A questo si aggiunga una certa superficialità nella trattazione del personaggio di Emily, la sorella conformista di Charlotte, che pur avendo una sua personalità non viene minimamente approfondita, soprattutto dal momento dell’arresto della sorella e dalla rottura del fidanzamento.

Peccato, perché così il film finisce inevitabilmente per gravare tutto sulle spalle della troppo brillante Gyllenhaal, secondo me sovraesposta dall’inizio alla fine, e d’accordo che deve interpretare una donna che – nella morale medica e sociale dell’epoca - era l’isteria personificata, ma ruba la scena a tutti gli altri personaggi creando uno squilibrio fastidioso e rendendo infine poco credibile la “conversione” del giovane Mortimer Granville da dottorino dell’alta borghesia annoiata a filantropo coraggioso e innamorato.

 

Spiace, inoltre, vedere una parte comica sì ma estremamente ridotta per numero di scene e di battute del grande Rupert Everett, perfetto nella parte dell’inventore nobile ed eccentrico ma sacrificato di fronte a un Hugh Dancy che in tutta franchezza non vale un decimo della sua espressività.

 

Tuttavia la pellicola vale tutti i sette euro spesi, non fosse che per la scena dell’invenzione dell’aggeggio che nelle intenzioni del suo creatore era un piumino da polvere elettrico con tanto di vere piume, per quelle delle prime sperimentazioni dello stesso, e per quella del dibattito tra i due inventori sul nome da dare al prodotto del loro ingegno: “ululatore”? “sfregafemmine?” “massaggiatore per signora?”.

I tempi della paperella gialla (cui pure alludono ben due scene al laghetto, una con monta e una senza) erano ancora lontani...

cinema
26 gennaio 2012
Quante deviazioni hai?

 

Mi sarebbe parso strano se nessun recensore cinematografico del web avesse evidenziato le apparenti somiglianze tra Shame (di Steve McQueen, UK 2012, drammatico) e Eyes wide shut : lo fa, infatti, il sito Movieplayer. Oppure quelle con Crash di Cronenberg: lo fa Ondacinema, che cita anch’esso l’ultima opera di Kubrick.

 

In comune con EWS (USA 1999) riscontriamo la fotografia livida e un protagonista di sesso maschile spiato e pedinato dalla telecamera in una New York notturna, squallida, gelida, grigia di giorno e bluastra di notte, ma le somiglianze finiscono qui.

Se là Tom Cruise si faceva notare per una delle più ridicole interpretazioni della sua carriera, di Michael Fassbender non è eccessivo affermare che ha messo corpo e anima in questo film, con espressioni incredibilmente vere e incredibilmente convincenti.

Se là, inoltre, si aveva la messa in scena schnitzleriana della sistematica frustrazione del desiderio – e, l’avevo già detto in tempi non sospetti, sono convintissima che Kubrick abbia trasposto troppo tardi Doppio sogno, che era un romanzo intriso di freudismo, una storia poco credibile se ambientata a fine millennio, proprio perché nel frattempo la società era completamente cambiata e rendeva urgente non l’indagine sulla repressione dei desideri all’interno del tradizionale matrimonio monogamo, ma quella sull’eccesso di libertà sessuale e sul pericolo della caduta del desiderio - si potrebbe pensare che Shame, di Eyes Wide Shut, altro non sia che la nemesi tardiva.

Tanto era centrifugo EWS (l’esplosione della coppia), tanto è centripeto Shame (l’implosione dell’individuo).

 

Senonché, altra discordanza significativa, Schnitzler/Kubrick dotavano la protagonista femminile di una sua identità, o almeno di un anelito, un’aspirazione a chiarire chi è la donna e che cosa desidera (“Se solo voi uomini sapeste...”, inizia il famoso monologo di Nicole Kidman).

Mentre in Shame non troviamo una protagonista vera e propria, semmai un negativo e un’impossibilità ad amare.

Il negativo di Brandon è Sissy, e viceversa: anaffettività vs. dipendenza affettiva; uomini che non riescono ad amare vs. donne che amano troppo. Sono fratello e sorella, ma le loro dinamiche somigliano a quelle di una coppia, una coppia profondamente disfunzionale.

Nello stesso tempo, il terrore dell’intimità di Brandon gli impedisce di avere relazioni amorose che oltrepassino il sesso anonimo; il suo volonteroso tentativo con la collega dolce e disponibile si rivelerà un fallimento totale, sia nella comunicazione che nel sesso.

 

Anche il paragone con Cronenberg, il Cronenberg della fase ipercorporea naturalmente, regge solo fino a un certo punto. L’esibizione impudica e dolorosa dei corpi c’è, ma in Crash era finalizzata a un discorso interessantissimo sull’ibridazione umano/macchina; ne La mosca a quella umano/animale; in Inseparabili all’angosciante rapporto tra due persone gemelle che non potevano vivere, o amare, l’una senza l’altra.

McQueen, al contrario, è con tutta evidenza interessato non alle modificazioni che il corpo può subire a causa delle perversioni della psiche, ma al rapporto tra sofferenza e piacere laddove in apparenza c’è solo piacere e godimento. Brandon, chiariamolo subito, non è un allievo del marchese de Sade; i suoi rapporti, a pagamento e non, sono solo in apparenza quelli di un predatore sessuale; se gratuiti, prevedono una breve seduzione reciproca, e una partner consenziente. Il fatto è che la sua maschera è quella dell’angoscia, non quella della gioia.

 

Dove sono finite le promesse di liberazione sessuale di Wilhelm Reich? Forse sono morte con lui in una galera dei civilissimi Stati Uniti d’America.

Ma la galera di Brandon è la sua totale libertà sessuale. Libertà che lo costringe a scaricare tonnellate di materiale pornografico sul pc dell’ufficio, e ad accendere quello domestico non appena mette piede in casa, per continuare con le chat e compagnia bella. Quando la coda agita il cane, di solito il cane è nei guai.

C’è una catarsi possibile, per tutto questo? Dicono che quando tocchi il fondo, dopo puoi solo risalire. Ma il finale, realisticamente, non dà una risposta definitiva.

 

Il film è una sequenza di scene di una bellezza indimenticabile, fosse anche solo dal punto di vista estetico, senza però l’autocompiacimento sintomatico dell’assenza di una storia da raccontare: McQueen, videoartista, scultore e fotografo, una storia ce l’ha, e molto drammatica.

Ma la scena iniziale della mancata seduzione in metropolitana, angosciante, più volte interrotta da flashback e flashforward, caricata dalla colonna sonora lirica ed essenziale, ce la ricordereremo a lungo. O quella dell’orgia prefinale, anch’essa angosciante come poche, con primi piani che non lasciano dubbi sulla distruttività del protagonista. O ancora la sequenza di New York New York, cantata, sfigurata, deformata da Sissy in una chiave esistenzialista, che da sola dice tutto del rapporto tra i protagonisti del film e il loro ambiente, così come della coazione al suicidio della ragazza stessa (un’ottima, come sempre, Carey Mulligan).

 

Quel che lascia un poco perplessi, nei tanti inviti a vedere questo film, su settimanali, siti internet, con interviste al regista o al protagonista Michael Fassbender (meritatissimo il premio per la miglior interpretazione a Venezia 2011) è il tocco di moralismo, di ripugnanza, diciamo pure di superiorità che aleggia sopra tutti questi apparenti elogi.

Come a dire: sì, andatelo a vedere, così vi sentirete superiori anche voi. Perché noi (e voi) non siamo mica come quello lì, e del resto il cinema non è mica la realtà, non è che se vai a vedere Via col vento poi esci e ti credi la reincarnazione di Rossella O’Hara, suvvia. Non esistono mica, nel mondo reale, stronze manipolatrici come quella, che venderebbe la nonna per soldi e che per anni cerca di rubare il marito alla migliore amica, per rendersi conto solo quando è troppo tardi di avere accanto l’uomo giusto?

 

E quindi, tu spettatore virtuoso e maturo e immemore dell’ammiccante insulto di Baudelaire alla fondamentale ipocrisia del lettore, tu mica ti farai impressionare, contaminare, immedesimare da un vergognoso – vedi titolo – sexual addict, come si dice oggi. Tu non le fai, le cosacce, vero? Tu non hai il chiodo fisso di Brandon, non sei ossessionato da quello che ossessiona lui, giusto? Non sei mai uscito con una persona come lui, vero? Tu, uomo e soprattutto donna, non hai mai visto un solo film porno, da solo/a o in compagnia, ci mancherebbe! Roba per i pervertiti! Figuriamoci tutto il resto: riviste specializzate, oggettistica, chatline, locali per scambisti... le fanno solo gli altri, quelle robe lì.

 

E non assomigli nemmeno al suo capoufficio, vero, quello sposato che ci prova con tutte (e ogni tanto, per la legge dei grandi numeri, ci casca qualche più ingenua come Sissy, la sorella di Brandon e sua complementare nella smania di autodistruzione), vero?

 

Né tantomeno rassomiglierai a Sissy, che rompe l’anima agli uomini sfiancandoli di telefonate, invade la vita e la privacy del fratello fino a farne esplodere tutta l’aggressività repressa, vorrebbe sempre essere protetta, non è mai diventata adulta e insomma ha una vita del tutto fuori controllo?

 

Insomma, io non posso che concordare con i critici che consigliano la visione di Shame, ma forse per i motivi sbagliati. Gli stessi che mi hanno fatto amare, e molto, La vita oscena di Aldo Nove (Einaudi, 2011), opera sperimentale, lancinante, autobiografica; e solo apparentemente romanzo.

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