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opinioni su letteratura, cinema, attualità e non solo
letteratura
1 febbraio 2014
Gialli fuori dall'ordinario

Negli ultimi tempi resto delusa da opere che ritenevo promettenti e colpita da altre comprate quasi per caso in qualche mercatino. E' il caso, per esempio, di questo romanzo, che dalla copertina sembrava quasi di fantascienza e, dalla quarta di copertina, poco invitante. E invece si è rivelato una lettura appassionante.

E' ironico ma perfettamente congruo che Cole Perriman non esista e sia soltanto lo pseudonimo di una coppia di romanzieri americani, sposati e già autori di altre opere.
Questo è, se ho ben capito, il loro primo gialGiallno quasi roba da maniaci, quando un poliziotto americano non aveva ancora la sua posta elettronica, quando sì e no si sapeva cosa fosse un hacker.

Il risultato è ottimo, psicologicamente raffinato, non privo di un substrato culturale e antropologico di grande interesse che ne fa un prodotto imprevedibile e interessante fino all'ultimo.

Terminal Game
di Perriman Cole
Mondadori, 1996

letteratura
28 gennaio 2014
Per le ragioni sbagliate
E' sempre ingiusto leggere un libro per ragioni sbagliate, e questo qui non fa eccezione.

Inutile, cioè, andarsi a leggere un romanzo solo perché si è visto il film (simpatico) e visitato il Paese (gelido ma spettacolare).

Helgason, giustamente, rappresenta solo se stesso, non certo l'Islanda.
Usa tutti gli strumenti dell'artista multimediale d'avanguardia, e per di più in un'epoca in cui la globalizzazione fa sì che il suo protagonista non possa non ascoltare la stessa musica, bere gli stessi drink, vedere gli stessi film e indossare le stesse marche di abiti dei suoi coetanei di tutto il resto del mondo.
Il che lo rende molto onesto ma non molto esotico, tanto più che la vita in una piccola capitale del Nord Europa di esotico ha per forza di cose ben poco.
Aggiungiamo, ed è questo il limite del romanzo, che dati gli orizzonti psicologici e gli ideali del protagonista, per almeno due terzi non succede quasi niente, il che non lo rende interessante nemmeno come romanzo di formazione, dato che il suddetto ritiene di aver già capito tutto della vita.

Troviamo quindi nel romanzo problematiche sociali ed etiche, e uno humour nero post esistenzialista, che potrebbero benissimo adattarsi a un accidioso disoccupato mammone edipico italiano (un bamboccione porno-addicted).
O americano, o perfino giapponese (i giapponesi hanno perfino un termine per definirli, quelli sempre rintanati in casa col telecomando come Hlinur).

Piaciuto? Sì, forse troppo lungo, ma ben scritto. 


Hallgrìmur Helgason
101 Reykjavík
Guanda (Narratori della Fenice), 2001
p. 360

letteratura
10 gennaio 2014
Il gatto viaggiatore e altre storie

Questa lettura nasce dalle suggestioni di un corso, davvero fecondo su vari fronti, di marketing territoriale & enogastronomia. Laddove uno dei docenti, trattando di creatività e di pensiero laterale, a un certo punto ci fa:
"Leggetevi Grammatica della fantasia di Rodari: è uno dei libri più potenti che possiate trovare sull'argomento".

Grammatica della fantasia non me lo sono ancora procurato, e il motivo è che nel frattempo mi è capitato fra le mani, a un mercatino, questa miscellanea edita da L'Unità per ricordare la morte di Rodari.

Meriterebbe le 5 stelle già per la splendida prefazione di Tullio De Mauro. Inoltre è illustrato con disegni dello stesso Rodari e copertine delle edizioni estere delle sue opere, nelle più svariate lingue. Infine, una postfazione molto analitica di Carmine De Luca, curatore dell'opera.


De Mauro, dicevo: che con poche e chiare frasi rimette nella sua giusta collocazione e prospettiva uno degli autori più felici della letteratura italiana di sempre, che ha avuto il solo torto, forse, di essere comprensibile anche ai bambini piccoli.
Motivo per cui regolarmente lo si osanna fino alla quinta elemetare e lo si esclude sistematicamente dalle antologie fin dai testi delle scuole superiori, o meglio ancora delle medie.

Vabbé, d'altra parte siamo nel Paese dove uno dei capolavori mondiali della letteratura fantastica, Pinocchio, è scandalosamente relegato anch'esso a lettura per l'infanzia.

Il gatto viaggiatore, invece, non è un romanzo. Contiene racconti, poesie, filastrocche e, prese appunto dal già citato Grammatica della fantasia, storie a finale aperto, o triplice, o senza finale, dove Rodari si rivolge direttamente al lettore sfidandolo a trovare lui una o più soluzioni.

Ora capisco cosa intendeva dire Alberto Robiati...


Gianni Rodari
Il gatto viaggiatore e altre storie
Antologia di racconti favole filastrocche

Editore: Editori Riuniti, 1990
Rilegatura: brossura
Pag. 236

letteratura
5 gennaio 2014
Un uomo giusto?

Uno di quei rari casi in cui so che un libro non mi è piaciuto, ma non sono in grado di spiegare perché.

Ovviamente ci provo ugualmente, se non altro per rendere giustizia alla qualità di scrittura, che c'è.
Mi piace la Stancanelli giornalista e mi è piaciuta anche come scrittrice. Ha uno stile scarno, sporcato dalla troppa realtà, preciso e malinconico nel contempo.

Può darsi che a non convincermi sia stata l'attesa di un rivolgimento, di una sorpresa finali che invece mancano, creando un anticlimax non all'altezza delle precedenti vicende e, soprattutto, dell'inquietudine esistenziale del protagonista maschile.

Oppure, ipotizzo, forse è il registro narrativo (i flashback dall'infanzia alle varie fasi della sua vita, che Davide racconta ad Anna) ad essere inadatto a reggere la fiamma.

Non lo so.
So solo che non mi ha convinta, ed è un peccato.


Un uomo giusto
di Elena Stancanelli
pag. 179

Einaudi (Stile libero Big), 2011
ISBN 9788806204280

letteratura
14 agosto 2012
Quo usque tandem, giallisti?

(attenzione: spoiler)

Roberto Costantini

Tu sei il male

P. 672 , 6° ed.
Euro 22,00
2011
isbn: 978-88-317-0976-7


Nutrivo grandi aspettative per quest'opera prima di tale Roberto Costantini, manager sessantenne, peraltro persona simpatica e in gamba, vista a una presentazione del libro.

Grandi... diciamo pure enormi: proporzionate al volume (672 pagine).

 

 

 

 

 

 

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Sei edizioni, per settimane nella top ten della narrativa italiana, in corso di traduzione in 9 paesi. Il primo volume di una straordinaria trilogia poliziesca. Tu sei il male è un thriller di rara potenza e travolgente intensità, strilla - giustamente trionfante - il sito di Marsilio, i cui editor si fregano le mani all’idea di avere scovato lo Stieg Larsson italico. Menzione speciale al Premio Scerbanenco 2011: "Un'opera prima che si rivela come una grande promessa della narrativa noir."


Per poi citare una carrellata di giudizi entusiasti e, date le fonti, spesso autorevoli:

<<Tu sei il male mi è piaciuto tantissimo, sono stata totalmente catturata dalla storia, dai personaggi, dallo stile>> Alicia Giménez-Bartlett

<<Un vecchio delitto senza soluzione. Un killer che rispunta dal passato. Il perbenismo di ieri e il razzismo di oggi che si saldano nell'ombra. Dietro ogni verità apparente, se ne nasconde sempre un'altra. Questa è l'Italia, commissario Balistreri: e neanche la tua forza malata riuscirà mai a cambiarla>> Giancarlo De Cataldo

<<Un capolavoro>> Antonio D'Orrico, Corriere della Sera


<<Il giallo della stagione>> 
Giovanni Pacchiano, Il Sole 24ore

<<Costantini si rivela, al suo debutto, un maestro assoluto>> Antonio D'Orrico, Corriere della Sera

<<Dire che Tu sei il male è il giallo della stagione è dir poco: non ci capitava di leggerne uno così ben costruito e appassionante dal tempo di Uomini che odiano le donne>> Giovanni Pacchiano, Il Sole 24ore

<<Uno di quei romanzi che uno ha voglia di tornare a casa per continuare a leggere>> Corrado Augias, Il Venerdì di Repubblica

<<Il commissario Balistreri è una delle figure più insolite (e riuscite) della nostra recente narrativa noir>> Antonio Gnoli, La Repubblica

<<La forza di Tu sei il male, oltre che nella costruzione di un personaggio singolare e scomodo, sta nel coraggio di aver cercato di raccontare "il declino italiano" in un ventennio>> Luca Crovi, Il Giornale

<<Tu sei il male è costruito su un meccanismo infernale che si tiene perfettamente dalla prima all'ultima pagina>> Brunella Schisa, Il Venerdì di Repubblica

<<Un noir complesso, ambizioso, che racconta il nostro Paese e la nostra epoca, la tensione, la follia e la calda umanità>> Elle

<<Tu sei il male è molto più di un romanzo di genere, è la fotografia di un'Italia malata>> Il Fatto Quotidiano

 

 

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Tutte le opinioni, sia quelle oneste sia anche quelle prezzolate, alla fine hanno lo stesso peso sulla bilancia, cioè un minimo di valore, purché motivate. E la mia modesta opinione è che questo libro, pur non essendo una ciofeca assoluta, non valga tantissimo, né sotto il profilo letterario, né nello specifico giallistico, né tantomeno sotto quello sociale.

 

Ovvio che sarà il tempo a confermarne la solidità, anche se, visto il trend, può darsi benissimo che tra un paio d’anni il Costantini sia dimenticato e sostituito da altri più di moda, più recenti, più “nuovi” di lui. Così come può darsi che i prossimi Costantini mi sorprendano positivamente per un’evoluzione imprevista rispetto alla linea già tracciata (benché la programmazione come trilogia non mi lasci ben sperare in tal senso).

Quello del giallo è un mercato che si autoalimenta, su cui negli ultimi dieci anni gli editori hanno puntato moltissimo, gettando sempre nuova benzina sul fuoco; ma ogni fuoco è destinato a spegnersi, se manca ossigeno.

E l’ossigeno, checché ne dica e speri l’industria di settore, non è la filiera produttiva: sono i lettori.

 

Per quanti anni ancora, mi chiedo, il lettore medio-alto, quello appassionato, quello che compra almeno una volta al mese, o fa altrettanto con la biblioteca, può sopportare una mole di gialli, noir, thriller, legal thriller, splatter pari a quella di cui siamo stati inondati negli ultimi due lustri?

Perché, diciamolo, noi siamo quelli che da bambini si sono scodellati (con l’entusiasmo dei bambini) tutta Agatha Christie, tutto Conan Doyle, e dopo chi ha approfondito Van Dine, chi Rex Stout, chi l’Ellery Queen delle riviste.

Per poi scovare i racconti gialli perfetti, magici, di Poe. Per poi scoprire l’alternativa e opposta perfezione nella semplicità di un Simenon, nei suoi Maigret, nei suoi non-Maigret (meglio se da adulti, qui siamo ad altri livelli). Chi ama il filone psicologico non di rado si è buttato anche sulle atmosfere torbide di Patricia Highsmith, americana assolutamente atipica.

E poi, volenti o nolenti, spesso entusiasti, ci sono toccati tutto Camilleri, tutto Larsson, tutti i giallisti svedesi, norvegesi, danesi, financo islandesi che Dio ha mandato in terra. Oppure tutti gli americani, chi specializzandosi nei serial killer di Deaver, chi nei McBain o Connelly, chi nel medical thriller della Cornwell o della Reichs (con pari o anche maggior apprezzamento del corrispondente televisivo, ad esempio io ho una dipendenza da Csi, quello di Las Vegas, NON gli spin-off).

C’è perfino chi, in vena di nostalgia, è tornato al neoclassico con le trine e i merletti di un’ingessatissima P.D. James o addirittura della neovittoriana Anne Perry.

 

E trascuro qui di analizzare il filone noir, che, l’ho già scritto dappertutto, in realtà filone non è, esulando ideologicamente e strutturalmente dal vero giallo.

 

Il giallo “tira” così tanto che ci si sono buttati in troppi, a volte con risultati anche apprezzabili, e lo dico perché spesso piacciono anche a me: greci, turchi, francesi, inclusa una valanga di italiani. Ma se guardo ai risultati, devo ammettere che se mi sono piaciuti è stato per le atmosfere esotiche (la Aykol), l’umorismo (la Giménez-Bartlett, Camilleri), lo sperimentalismo linguistico e l’analisi sociale (ancora Camilleri), il mix di ¾ sociologia e ¼ umorismo (Markaris), il tono fiabesco-mitico-surrealista (Fred Vargas).

Come gialli, accade purtroppo di constatare che alcuni fanno acqua da almeno un paio di paratie, o puntano tutto sull’investigatore tormentato in salsa svedese (Signore, pietà), oppure a metà romanzo hai già indovinato il colpevole, e addio suspense. Si fanno perdonare perché tanto ormai è acquisita nel lettore l’idea per cui il giallo è il vero romanzo sociale e neorealista del nostro tempo.

Da noi, basta fare un giro in qualsiasi libreria, sono proliferati i giallisti alla Markaris. Tanti, tantissimi, al punto che farei un torto agli altri citandone qualcuno.

 

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Tutto ciò per dire che in Costantini, nelle faticosissime, sudate 672 pagine del primo Costantini, io ritrovo tutti gli elementi del giallo italiano medio: forte analisi sociale, una spruzzatina ina ina di umorismo, un investigatore tormentato dai rimorsi. La novità è forse un racconto di lunghissimo periodo (dal 1982 al 2006, con frequenti flashback nella storia personale del protagonista, prima bambino inquieto in Libia, poi studente di estrema destra tentato dalla violenza negli anni Settanta, con un’oscura esperienza nei servizi segreti che ha preceduto l’ingresso in polizia) e, in definitiva, l'ambizione di costruire un romanzo storico sull'ultimo trentennio in Italia.

 

L’uso della lingua di Costantini, devo dirlo, non mi piace. Pecca nei troppi preamboli, nelle troppe spiegazioni, e preterintenzioni, e ripetizioni, quasi a temere che il lettore sia un po’ tardo.

La sua sintassi è farraginosa, qua e là addirittura di duplice interpretazione, i dialoghi retorici e, incursioni dialettali a parte, pietosi per inverosimiglianza e per la mancanza di uno sforzo di differenziazione di personaggi che non hanno e non si vede come possano avere tutti lo stesso background psicologico e socioculturale. Sconcertanti poi certi dialogati naif con rom dichiaratamente analfabeti che conoscono paroloni sconosciuti al cittadino italiano medio.

Non mi sembra insomma che la Marsilio gli abbia reso un gran servizio, pubblicandogli e dando tanta risonanza a un romanzo che avrebbe necessitato di ben altra revisione linguistica. Capisco e quasi mi aspetto, cioè, da un nuovo autore, che possa avere qualche ingenuità; da una casa editrice che ha fatto i miliardi con Larsson, no.

 

E passiamo alla storia gialla. Lungo periodo, dicevo. Ottimo.

Ci sta anche che l’investigatore sciatto e frettoloso e distratto dal Mundial dell’82 si lasci gabbare da bugie, omissioni etc., per poi scoprire faticosamente la verità solo con ventiquattro anni di ritardo, crea anche un notevole pathos.

Se non fosse che, per arrivarci, a questa verità, il lettore è costretto a un tour de force neuronale.

Sì, perché, per arrivare alla verità, il disgraziato Michele Balistreri è costretto a sudare sangue tra successivi delitti, esecutore 1, esecutore 2, che però agisce anche in proprio, che però ha anche un mandante, che è suo padre, anzi, sono i servizi segreti. Non senza il contorno di poliziotti corrotti che gli mettono i bastoni fra le ruote, finendo giustamente ammazzati dai cattivi che non vogliono testimoni scomodi.

Il fatto è che noi sudiamo sangue con lui. Una fatica della madonna, diciamocelo, un eccesso di complicazioni con molte punte di ridicolo, alla Faletti (e non è un complimento). Arriva il punto in cui tu, esausto, o prendi appunti, o perdi il filo, tra tanti fili tirati.

 

Fino all’esagerazione barocca, incredibile, imperdonabile: l’accumulo di visite alla persona, al corpo esanime e infine al cadavere della prima vittima, attorno a cui nel volgere di un paio d’ore passano: pedinatore, stalker, feritore, incisore di lettere, testimone, strangolatore, mandante di becchino e finalmente il becchino che pensa bene di buttarla nel Tevere non senza aver aggiunto un tocco di ulteriori dettagli macabri. Echeccazzo! Nemmeno Poirot in Assassinio sull’Orient Express avrebbe potuto arrivarci! Mi sembrano chiari i rimandi ai vergognosi casi di Emanuela Orlandi, con i suoi depistaggi vaticani e criminali, e di Simonetta Cesaroni, in cui indagini sciatte e frettolose hanno impedito per sempre un esito soddisfacente, ma così è troppo.

 

E purtroppo altri difetti strutturali appesantiscono questo romanzo: non soltanto la continua analisi e controanalisi, e verifica degli alibi, e controverifica degli alibi da parte del commissario e dei suoi collaboratori, che ci sta; ma anche l’accumulo delle loro intemperanze caratteriali e storie d’amore e di vendette private (inclusa una pesantissima Linda Nardi giornalista); la loro psicologia da feuilleton, a partire dalle incongruenze dello stesso Balistreri; la retorica e tronfia sicurezza di possedere la Verità Rivelata, trasudata da analisi sociologiche e politiche che non dovrebbero fare né l’autore (e lo fa in continuazione intromettendosi nella storia manco si credesse Manzoni), né i personaggi, a meno che il dialogo lo giustifichi davvero (e invece, comizi e siparietti politici come se piovesse, da parte di poliziotti, baristi, prelati e perfino assassini!).

Lo dico chiaro e tondo: nel romanzo, tanto più nel giallo, il comizio politico non ci può stare. Deciditi: vuoi fare il pamphlet contro il razzismo e l’opportunismo dei politici italiani? Ottimo: datti alla saggistica. O alla politica direttamente.

Tanto più che il romanzo avrebbe già, nella tortuosa evoluzione del protagonista, una sua convincente weltanschaaung, a partire dagli interrogativi del ragazzino inquieto su danni e benefici del colonialismo italiano in Libia; sulle sue assolute certezze postfasciste di gioventù; sull’edonismo superficiale dei suoi primi anni di lavoro; sul suo crollo psicologico post ’82, nel quale come non vedere il crollo di una certa Italia da bere; sulla sua faticosa rielaborazione del lutto, con la conseguente accettazione della complessità del mondo e dell’impossibilità di distinguere nettamente il bene dal male.

 

In questo senso il titolo del romanzo, che si scoprirà infine provenire da una canzone heavy metal satanica, è ben scelto, efficacissimo e autoironico. Chi è il male?

Non è solo l’assassino (anche perché ce ne fosse solo uno, qui, magari!)

È l’investigatore pigro e ignavo (Balistreri).

È chi ha depistato un’indagine con bugie e omissioni (Valerio, il cardinale, la portiera...).

È chi fa danno perché crede di avere la verità in tasca (la Chiesa cattolica).

È una politica malata, ignorante, demagogica.

È un popolo sempre pronto a tradire per il prossimo tribuno della plebe che fa promesse a buon mercato.

(ad libitum)

 

 

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