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opinioni su letteratura, cinema, attualità e non solo
letteratura
9 maggio 2011
La fuga

Ecco il link a un mio racconto scritto per il festival Nebbia Gialla, durante un divertente workshop di letteratura creativa (e gialla) il 2 febbraio scorso a cura di Adele Marini, poi pubblicato sul sito della rivista Milanonera Webpress.

Purtroppo non è stato deciso un vincitore, ma sono ugualmente abbastanza fiera della  mia storia, per averla concepita e scritta in meno di un'ora.

letteratura
29 luglio 2010
I promessi sposi - cap. XXXII

Scena:
Milano, Verziere, esterno giorno. In mezzo alla strada carri apparentemente pieni di stracci. Porte delle case, inchiodate. Sulle pareti delle case, strani segni giallo zafferano o biancastri che sembrano applicati con spugne.

Personaggi:
* IL MONATTO (sulla quarantina, basso, smilzo, vestito di stracci, espressione allegra e feroce) – Paolo Rossi
* L’UNTORE (un sessantenne dalla barba grigia, finta, di media statura, dai lineamenti anonimi, di un’eleganza un po’ logora) – Giorgio Gaber

MONATTO (canticchia buttando corpi su un carro):
Odio il mondo
Son disperato
Son depravato
Da tutti son odiato
Sono la bestia
Che vi porta alle bare
Se venti scudi non gli vorrete dare
Siete pronti per la fossa
La mia vanga è rossa è rossa è rossa…………….

UNTORE (unge con cura un muro prelevando qualcosa da un vasetto di alabastro rosa e spalmandolo per mezzo di una pezzuola sporca di colore indefinito):
La tua canzone fa abbastanza schifo, cos’è?

M: La canzone dello scarafaggio, l’ho riadattata ai tempi. Tu cosa stai facendo, piuttosto?

U: Eh che domande. Sono un untore, ungo.

M: Cosa usi per ungere?

U: Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, composto di rospi, serpenti, bava e materia d’appestati.

M: Ma va’ là.

U: Il popolo desidera disperatamente credere che vi sia una non so quale voluttà diabolica in quest’ungere. Un’attrattiva che domini la volontà. Ah sì? Vi serve qualcuno che confermi le vostre teorie? E allora io ungo. Ormai ci ho preso gusto. Credo che continuerei a farlo anche se non mi pagassero.

M: Anche a me il mio lavoro dà grandi soddisfazioni, ti dirò. Certo che, gratis, non so se lo farei.

U: Ti pagano parecchio?

M: Be’, no, diciamo che coi benefit ci sto dentro. Noi di Quarto Oggiaro siamo gente alla buona, ci basta poco… ci si arrangia.

U: Difatti mi pareva di non averti mai incontrato prima. Io, prima, bazzicavo il bar del Giambellino. Là il monatto non lo vuol fare nessuno, siamo degli artisti in un certo senso.

M: Be’, modestamente il Corriere, a me e al mio sindacato, ci ha apostrofati come “arbitri d’ogni cosa”. Entriamo “da padroni, da nemici”, senti che pathos, nelle case. Le nostre manacce zozze e proletarie le mettiamo su malati, sani, figli, mariti, mogli…

U: Chissà perché uno s’immagina più che altro sulle mogli.

M: …mai palpata tanta mercanzia, a parte quel breve periodo che feci da pappone alle mie cugine. Poi minacciamo di portare quelli mezzi sani al lazzaretto e devi vederli come pagano, oh se pagano, le donne anche in natura.

U: E con i morti come fate?

M: Noi diciamo sempre, come regola, che il cadavere puzza e che lo lasciamo lì, a meno di un extra sulla tariffa base.

U: Ma è vero che lasciate cadere apposta gli stracci infetti dai carri per propagare il contagio?
M (facendo una graziosa piroetta): Uhè, ragazzo, per chi mi hai preso, per una guardia forestale calabrese? E chi lo sa cosa succede se cadono gli stracci… Questo è un carnevale, un regno, una festa… (canta)
Odio il mondo
Son disperato……….

U: Poi ho anche sentito dire che certi si mettono un campanello al piede e si fingono monatti per rubare.

M (esibendo una patacca di plastica verde metallizzato): Oh, vecchiaccio malvissuto, bada a come parli! In questa città possiamo rubare solo noi, adesso. Noi che portiamo il tesserino rilasciato dalla Moratti in persona. Diffidare dei volgari imitatori: noi glielo diciamo sempre, alla gente: fate entrare solo noi, risultato garantito.

U: Ma te ci pensi mai alla tua morte? No, perché io ci penso spesso.

M: Io c’ho già abbastanza da fare, e da pensare, con quella degli altri.

U: Giusto.

M: Però, signor untore dei miei stivali, non mi hai ancora detto cosa usi per ungere.

U (assorto): L’immagine dell’untore assedia e martirizza gli animi molto più del pericolo effettivo. Si direbbe che, con la perversione dell’immaginazione, cresca la follia. Non pensi?

M: Guarda, a quest’ora sono un po’ stanchino. Per aiutarmi a pensare servirebbe un po’ d’erba… sai che quasi quasi passo dal mio amico Griso a vedere se ha ancora qualcosa?

U: Ah capisco. Un altro amico di Maria Giovanna. (ricomincia a ungere le cornici di porte e finestre)

M: L’hai sentita anche tu la storia di quell’appestato che una notte gli sono entrati dei tizi in camera promettendogli grana e guarigione se ungeva le case dei vicini, e quando lui ha risposto picche, sono spariti e al loro posto sono rimasti un lupo sotto il letto e tre gatti mammoni sopra?

U: Sì, l’ho già sentita cento volte. Alcuni parlavano di un diavolo con gli occhi di brace, altri di un drago sotto il letto.

M: Ma erano venuti anche da te, quei tizi là?

U (guardandolo con compatimento): Eh certo, infatti vedi che ungo e son vestito da signore.

M (scettico): Eppure, senza offesa, non mi sembri tanto ricco.

U (sospirando): C’era bisogno più di noi che di voi.

M: Più che di monatti? Scherzi?

U: Voi servite solo per le pulizie di primavera. Noi serviremo sempre. Guarda, me l’hanno chiesto in ginocchio: lei, che è così sensibile, lei che è tanto una brava persona… Ed io, che non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono, a quel punto non me la sono mica sentita di rifiutare.
(si sgranchisce incamminandosi verso l’orizzonte e canticchia:)

Com’è bella la città
Com’è grande la città
Com’è unta la città
Com’è morta la città

Piena di strade e di negozi
e di vetrine piene di luce
con tanta gente che lavora
con tanta gente che produce……

25 giugno 2010
Recensioni impossibili 2

I L   S I M E N O N   P E R D U T O
scoop dello Zuricher Beobachter
- servizio di Ulrich Hannsen

L'insalata era nell'orto
di Georges Simenon
Adelphi, 18 euro
256 pagine

*** Di seguito anticipazioni sulla trama! ***

Incontriamo il dottor Johannes Sigurdson nel bar della clinica psichiatrica Fischenbocken dove Mme Denise, la seconda signora Simenon, ha trascorso i suoi ultimi anni.
Il giovane psichiatra è il fortunato erede del manoscritto che sta per essere pubblicato in tutto il mondo e che si prevede venderà milioni di copie.
- Dottore, come è riuscito ad ottenere la fiducia della signora Simenon?
- Ma niente, era lei che mi aveva preso in simpatia. Insomma, ci provava in continuazione, un tormento, glielo dico io.
- E ha deciso così, per simpatia diciamo, di donarle il manoscritto?
- (arrossisce) Eh sì. Senza nessuna contropartita, sottolineo.
- Naturalmente. Ora, come lei sa, i critici si sono scatenati sull'autenticità del manoscritto: lei lo ha letto integralmente, ha potuto farsi un'idea?
- Io sono un appassionato lettore di Simenon, benché non un esperto della sua calligrafia, e le posso dire che qui si respirano la tipica prosa, e le tipiche tematiche, del grande Sim.
- Di cosa parla il romanzo?
- Parla di un meccanico della Charente, tale Roger Montségur, un tipo rozzo e materiale, che abita in una casa di campagna semidiroccata con la moglie Sophie. Roger è in lite praticamente con tutti i vicini per stupide questioni di confini, non parla da anni col fratello Serge, non va in chiesa ed è manesco con la moglie.
- Sticazzi. E... c'è una storia d'amore, immagino?
- Diciamo di sesso. Una grande storia di sesso, con un Simenon esplicito come non mai. Probabilmente per questo nascose il manoscritto, forse indeciso se pubblicarlo, finché morì. Denise l'ha trovato e tenuto nascosto fino a poco prima di morire a sua volta.
- Che tipo di sesso?
- Selvaggio, straziante, continuativo, stranamente (per Simenon) monogamo, e oserei dire violento.
- L'ha trovato autobiografico?
- Non saprei. Abbiamo un protagonista fumatore di oppio, indebitato, ignorante, innamorato della moglie – ma innamorato non è il termine giusto – ossessionato direi, che la possiede almeno tre volte al giorno, tutti i giorni, anche contro la sua volontà...
- E lei non si ribella?
- Apparentemente no, la vediamo andare in chiesa, fare i lavori domestici, l'orto (c'è tutto un simbolismo legato alla semina degli ortaggi), ma poi capiamo che ha cercato più volte di scappare rifugiandosi dalla sorella, ma Roger andava sempre a riprenderla chiedendole perdono.
- C'è un delitto?
- Ovviamente. Roger precipita in un burrone durante una gita di paese nel Luberon, e viene accusata e processata Sophie, in quanto tutti sapevano che c'erano dei problemi tra loro... Però la polizia ha il problema che molti altri lo volevano morto, e poiché si drogava, potrebbe anche essersi trattato di un incidente.
- Interessante. Immagino non voglia rivelarci il finale, dottore.
- (sorride) Naturalmente no. Anche perché, come proprietario del manoscritto, ho un contratto con Gallimard per andare a presentare l'opera in giro per l'Europa, del quale fanno parte alcune clausole di riservatezza...
- Ah sì? Quale sarà la prima tappa?
- Mah, un festival italiano... Potrebbe essere Trento?
- No, a Trento c'è quello dell'economia.
- Modena?
- No, a Modena c'è quello della filosofia.
- Ma quanti cazzo di festival ci sono in Italia?
- La prego, dottore, certe parole non sono adatte al nostro pubblico: invece che festival, può anche dire rassegna.
- Ci sono: Mantova! Il buco del culo del mondo, mi dicono.
- Si porti l'autan, eh?
- Già ordinata una cassa. Mica sono dottore per niente.
- In conclusione, cosa ci può dire?
- Un magnifico romanzo di amore e morte. Non potete perdervelo.
- Grazie.

letteratura
23 giugno 2010
Recensioni impossibili 1

Il mare color dell’oùzo

di Poukos Karakaroumakidis
300 pagg. 
16 euro

 
*** Di seguito anticipazioni sulla trama! ***

Ove seguiamo le appassionanti vicissitudini del commissario ateniese Eleftherios Ioannis Kostantinos Protopapadakis, detto “Eli”, che deve quotidianamente combattere contro i rigurgiti del regime dei colonnelli, ma ancor più contro i rigurgiti della pesante cucina di sua moglie Lefkada Ghianna Georghia, detta Gigi (specializzata in dolmades e in moussaka surgelata), degli unti e bisunti manicaretti della sua gelosissima amante Kastoria Petra Panagia, detta Pippi (i cui piatti forti sono invece ghiouvetsi e keftedes mangiati direttamente a letto) e dei micidiali dolcetti galaktomboùreko che gli porta in ufficio la sua segretaria Zakynthos, segretamente innamorata di lui e gelosa a sua volta sia di Lefkada che di Kastoria.

Inoltre la sua vita è resa ulteriormente penosa dal tragico traffico ateniese.
Per ovviare al quale, rottamata (senza più incentivi, governo ladro) la Mirafiori dopo che sia la moglie che l’amante avevano minacciato di non dargliela più, e non avendo i soldi per comprare un’auto nuova, il poveretto è costretto a spostarsi eroicamente in monopattino, bicicletta, risciò o – corrompendolo con i ghemistà al pollo – sui pattini a rotelle trainato dal cane Georgios, così chiamato in spregio a Papandreou.

Le giornate di lavoro del povero Protopapadakis sono durissime: non solo la crisi finanziaria gli ha tolto la sedicesima, la quindicesima e la quattordicesima, non solo dovrà andare in pensione a 70 e non più a 50 anni, non solo gli hanno tolto alcuni risibili benefit (alberghi pagati, parrucchiera gratis per sua moglie, toelettatura gratuita del cane), ma deve anche combattere contro un’ottusa burocrazia che lo vorrebbe in ufficio dalle 11 alle 14 e (dopo pausa pranzo di un’ora con ticket restaurant da 10 euro: roba da barboni) dalle 15 alle 18.

Ecco perché il simpatico, burbero, un po’ misogino fascista dal cuore d’oro, il nostro Eli insomma, combatte una sua silenziosa lotta contro il logorio della polizia moderna e la perdita di potere d’acquisto mediante proteste silenziose quanto efficaci: lo sciopero del computer (non ha mai imparato ad usarlo), il rifiuto del cellulare (usa piccioni viaggiatori con il vecchio ma consolidato metodo del monte Athos) e l’uso di stupefacenti sul lavoro (alka seltzer).

Il guaio di Protopapadakis è che nel lontano 1963 ha accettato bustarelle dal feroce mercenario turco Evliya Seyfeddin e dal mafioso e narcotrafficante albanese Genc Olldashi, ma ognuno credeva di essere l’unico a corromperlo, per cui oggi lo ricattano minacciando di denunciare il tutto a TeleAtene 2, dove lavora una procace e ambiziosa giornalista di origine curda, Sophokla Kanellopoulos, detta Fifì, che da tre mesi cerca invano di sedurre Protopapadakis fingendosi donna delle pulizie presso il commissariato ove egli lavora.

Ma... colpo di scena. A pagina 103 il marito di Sophokla viene trovato ucciso con accanto un dizionario Liddell-Scott strappato all'altezza della lettera D: e la pagina, appallottolata, è stata usata per soffocarlo, non senza che la spiegazione del lemma d?µ???αt?α venisse cerchiata con una matita color bronzo anticato.

Riuscirà Protopapadakis a sconfiggere il male nel corso delle sue faticose trasferte (di piacere, come insinuano i giornali dell’opposizione) in Turchia, Cicladi, Sporadi, Creta, Lampedusa, Maiorca, Minorca, Ibiza, Gran Canaria, Lanzarote e Tenerife?
Riuscirà la sensualissima e vendicativa Sophokla a penetrare nei cassetti dell’archivio segreto della polizia di Atene?
Riuscirà il cane Georgios a scappare e unirsi al circo di Mosca, suo grande sogno?

letteratura
31 marzo 2010
Promenade des Anglais

    - Se n'è andata, quella puttana.

   Nicolas, la pancia oscillante come un'anguria, ciabattò a fatica dalla sua panchina al bidone dell'umido. Appoggiò il bastone alla parete ruvida del bidoncino e aprì il coperchio pregustando qualche sorpresa.
   Ah! Lo sapeva, lui, di essere un uomo fortunato!
   In cima al mucchio si ergeva una grossa buccia di banana con un bel pezzettone di frutto dentro, scuretto ma ancora mangiabilissimo.
   E due carote piccoline ma integre, o quasi. Bastava togliere un pezzo qui e un pezzettino piccolo lì.
   C'era anche una fragola, rosso scuro, tutta ammaccata. E se ce n'era una dovevano essercene altre; bastava frugare.
   Si fermò imbambolato.
   La fragola gli aveva fatto venire in mente una serata di anni (eoni?) prima, conclusasi a fragole e Cristal. Lei nuda. Caviale. Camerieri in polpe. Lenzuola di seta nera.

   Lurida troia.
   Battona schifosa.
   Strega.
   Amava quella dolce litania di epiteti.

   Ormai gli era passato l'appetito.
   Riafferrò il bastone e ciabattò fino alla Promenade. Toh, un'altra panchina libera. Era proprio il suo giorno fortunato.
   Si stravaccò con la gamba malata per la lunga e si godette il sole tiepido di fine aprile. Chiuse gli occhi stanchi.

   Tempo tre minuti un corpo puzzolente si lasciò pesantemente cadere al suo fianco, sbattendogli contro con mala grazia.
   Socchiuse l'occhio destro, quello con la cataratta.
   - Ah, sei tu.
   - Perché, aspettavi qualcuno?
   - Fanculo, Tonì. Potresti anche lavarti, di tanto in tanto.
   - Ma vacci te affanculo. Mi lavo così spesso che le mie pulci si lamentano.
   - C'ero prima io, - continuò Nicolas in tono querulo e, sperava, minaccioso. Per tutta risposta l'altro ruttò beato. Un rutto prolungato, che sapeva di birra.
   - Alors, ça va?
   - Ma piantala. Il tuo francese ha sempre fatto schifo.
   - Che vuoi, Nick, - rise cordiale l'altro, - l'interprete non ce l'ho più.
   - Be', allora taci, coglione.
   - Ma taci tu, mangiarane del cazzo. - Poi Tony estrasse un rotolo di carta rosa dalla tasca del barbour sformato: - Vuoi?
   - E' in inglese? Lo sai che non lo leggo.
   - Italiano. Di ieri. Qualche turista l'ha lasciato nel bidone della carta.
   - No, grazie, lo sai che mi deprimo.
   Tony rise incredulo, sussultando. - Ah... ah... mi fai morire... ahahahahahah... cough... i miei polmoni... Cazzo, non farmi ridere!
   - E che ci sarà da ridere, - bofonchiò Nicolas.
   - Tu.

   Stettero una mezz'ora in silenzio, il quotidiano posato tra loro come un trattato di pace.
   - Comunque c'era un servizio sulla tua signora.
   - Cos'ha fatto, stavolta?
   Tony fece spallucce. - Oh, niente di che, un altro multimiliardario. Japan.
   Nicolas, che se lo aspettava, assunse un tono ironico: - Cosa vuoi che sia. Avrà un uccello così piccolo che non lo sente neanche, quella vacca.
   - No... ma i soldi sì che li sente, altroché!
   - Hai un sigaro, anche cominciato?
   - Nada, lo siento. - Da quando faceva la stagione estiva sulla Costa del Sol ogni tanto Tonì se ne usciva con qualche ispanismo del tutto fuori luogo. - Ma se dopo vieni con me alla tabaccheria del porto, faccio un po' di scena e magari...
   - No. Mi conoscono in troppi qua.
   - Perché, a me no?
   - Che cazzo vuoi che gliene freghi di te, sei straniero!
   - Ho anch'io la mia dignità, - ribatté Tony in tono assolutamente non dignitoso e assolutamente menefreghista.
   Nicolas gli lanciò un'occhiata di disgustata ammirazione. - Spiegami come stracazzo fai a prendere tutto così bene. Non ti ho mai visto in crisi, neanche nello scandalo delle armi in Iran, neanche quando hanno pubblicato le prove che eri stipendiato dalla CIA, neanche - cazzo - quando Cherie ha messo nero su bianco le sue memorie rivelando al mondo la tua zoofilia!

   Tony si alzo in piedi spandendo effluvi maleodoranti. Solenne, la mano sul cuore dove brillava una catenina con una piccola croce: - Amico mio. Modestamente... io ho la fede, - esclamò ricadendo subito a sedere con un sospiro di fatica.
   - Séé, la fede. Ma vaffanculo. Io ho la bronchite, i diverticoli, la cirrosi e l'artrosi, ecco cos'ho io. E lei mi ha lasciato.
   - Quella zoccola fottuta.
   - Non dire così, - mormorò Nicolas felice di sentirla insultare da qualcun altro e di poterla difendere. - Lei mi amava davvero. Solo che... non poteva restare con un uomo che non stimava più.

   Tony si rimise in piedi ridacchiando. - Be', adesso ti devo salutare. Ho appuntamento col mio confessore, padre Ratzi. Magari in parrocchia c'è anche una bella bistecca che mi aspetta, se sarò gentile con lui. See you, Nick. - E zoppicò lontano, sculettando verso il quartiere a luci rosse.
   - A' tout à l'heure, Tonì. Sai... era tanto buona, la mia Carla.

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La democrazia è fatta per gli anglosassoni: noi latini andiamo dietro a chi urla più forte (Antonio Tabucchi, Sostiene Pereira)

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