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comemipiace
opinioni su letteratura, cinema, attualità e non solo
cinema
26 gennaio 2012
Quante deviazioni hai?

 

Mi sarebbe parso strano se nessun recensore cinematografico del web avesse evidenziato le apparenti somiglianze tra Shame (di Steve McQueen, UK 2012, drammatico) e Eyes wide shut : lo fa, infatti, il sito Movieplayer. Oppure quelle con Crash di Cronenberg: lo fa Ondacinema, che cita anch’esso l’ultima opera di Kubrick.

 

In comune con EWS (USA 1999) riscontriamo la fotografia livida e un protagonista di sesso maschile spiato e pedinato dalla telecamera in una New York notturna, squallida, gelida, grigia di giorno e bluastra di notte, ma le somiglianze finiscono qui.

Se là Tom Cruise si faceva notare per una delle più ridicole interpretazioni della sua carriera, di Michael Fassbender non è eccessivo affermare che ha messo corpo e anima in questo film, con espressioni incredibilmente vere e incredibilmente convincenti.

Se là, inoltre, si aveva la messa in scena schnitzleriana della sistematica frustrazione del desiderio – e, l’avevo già detto in tempi non sospetti, sono convintissima che Kubrick abbia trasposto troppo tardi Doppio sogno, che era un romanzo intriso di freudismo, una storia poco credibile se ambientata a fine millennio, proprio perché nel frattempo la società era completamente cambiata e rendeva urgente non l’indagine sulla repressione dei desideri all’interno del tradizionale matrimonio monogamo, ma quella sull’eccesso di libertà sessuale e sul pericolo della caduta del desiderio - si potrebbe pensare che Shame, di Eyes Wide Shut, altro non sia che la nemesi tardiva.

Tanto era centrifugo EWS (l’esplosione della coppia), tanto è centripeto Shame (l’implosione dell’individuo).

 

Senonché, altra discordanza significativa, Schnitzler/Kubrick dotavano la protagonista femminile di una sua identità, o almeno di un anelito, un’aspirazione a chiarire chi è la donna e che cosa desidera (“Se solo voi uomini sapeste...”, inizia il famoso monologo di Nicole Kidman).

Mentre in Shame non troviamo una protagonista vera e propria, semmai un negativo e un’impossibilità ad amare.

Il negativo di Brandon è Sissy, e viceversa: anaffettività vs. dipendenza affettiva; uomini che non riescono ad amare vs. donne che amano troppo. Sono fratello e sorella, ma le loro dinamiche somigliano a quelle di una coppia, una coppia profondamente disfunzionale.

Nello stesso tempo, il terrore dell’intimità di Brandon gli impedisce di avere relazioni amorose che oltrepassino il sesso anonimo; il suo volonteroso tentativo con la collega dolce e disponibile si rivelerà un fallimento totale, sia nella comunicazione che nel sesso.

 

Anche il paragone con Cronenberg, il Cronenberg della fase ipercorporea naturalmente, regge solo fino a un certo punto. L’esibizione impudica e dolorosa dei corpi c’è, ma in Crash era finalizzata a un discorso interessantissimo sull’ibridazione umano/macchina; ne La mosca a quella umano/animale; in Inseparabili all’angosciante rapporto tra due persone gemelle che non potevano vivere, o amare, l’una senza l’altra.

McQueen, al contrario, è con tutta evidenza interessato non alle modificazioni che il corpo può subire a causa delle perversioni della psiche, ma al rapporto tra sofferenza e piacere laddove in apparenza c’è solo piacere e godimento. Brandon, chiariamolo subito, non è un allievo del marchese de Sade; i suoi rapporti, a pagamento e non, sono solo in apparenza quelli di un predatore sessuale; se gratuiti, prevedono una breve seduzione reciproca, e una partner consenziente. Il fatto è che la sua maschera è quella dell’angoscia, non quella della gioia.

 

Dove sono finite le promesse di liberazione sessuale di Wilhelm Reich? Forse sono morte con lui in una galera dei civilissimi Stati Uniti d’America.

Ma la galera di Brandon è la sua totale libertà sessuale. Libertà che lo costringe a scaricare tonnellate di materiale pornografico sul pc dell’ufficio, e ad accendere quello domestico non appena mette piede in casa, per continuare con le chat e compagnia bella. Quando la coda agita il cane, di solito il cane è nei guai.

C’è una catarsi possibile, per tutto questo? Dicono che quando tocchi il fondo, dopo puoi solo risalire. Ma il finale, realisticamente, non dà una risposta definitiva.

 

Il film è una sequenza di scene di una bellezza indimenticabile, fosse anche solo dal punto di vista estetico, senza però l’autocompiacimento sintomatico dell’assenza di una storia da raccontare: McQueen, videoartista, scultore e fotografo, una storia ce l’ha, e molto drammatica.

Ma la scena iniziale della mancata seduzione in metropolitana, angosciante, più volte interrotta da flashback e flashforward, caricata dalla colonna sonora lirica ed essenziale, ce la ricordereremo a lungo. O quella dell’orgia prefinale, anch’essa angosciante come poche, con primi piani che non lasciano dubbi sulla distruttività del protagonista. O ancora la sequenza di New York New York, cantata, sfigurata, deformata da Sissy in una chiave esistenzialista, che da sola dice tutto del rapporto tra i protagonisti del film e il loro ambiente, così come della coazione al suicidio della ragazza stessa (un’ottima, come sempre, Carey Mulligan).

 

Quel che lascia un poco perplessi, nei tanti inviti a vedere questo film, su settimanali, siti internet, con interviste al regista o al protagonista Michael Fassbender (meritatissimo il premio per la miglior interpretazione a Venezia 2011) è il tocco di moralismo, di ripugnanza, diciamo pure di superiorità che aleggia sopra tutti questi apparenti elogi.

Come a dire: sì, andatelo a vedere, così vi sentirete superiori anche voi. Perché noi (e voi) non siamo mica come quello lì, e del resto il cinema non è mica la realtà, non è che se vai a vedere Via col vento poi esci e ti credi la reincarnazione di Rossella O’Hara, suvvia. Non esistono mica, nel mondo reale, stronze manipolatrici come quella, che venderebbe la nonna per soldi e che per anni cerca di rubare il marito alla migliore amica, per rendersi conto solo quando è troppo tardi di avere accanto l’uomo giusto?

 

E quindi, tu spettatore virtuoso e maturo e immemore dell’ammiccante insulto di Baudelaire alla fondamentale ipocrisia del lettore, tu mica ti farai impressionare, contaminare, immedesimare da un vergognoso – vedi titolo – sexual addict, come si dice oggi. Tu non le fai, le cosacce, vero? Tu non hai il chiodo fisso di Brandon, non sei ossessionato da quello che ossessiona lui, giusto? Non sei mai uscito con una persona come lui, vero? Tu, uomo e soprattutto donna, non hai mai visto un solo film porno, da solo/a o in compagnia, ci mancherebbe! Roba per i pervertiti! Figuriamoci tutto il resto: riviste specializzate, oggettistica, chatline, locali per scambisti... le fanno solo gli altri, quelle robe lì.

 

E non assomigli nemmeno al suo capoufficio, vero, quello sposato che ci prova con tutte (e ogni tanto, per la legge dei grandi numeri, ci casca qualche più ingenua come Sissy, la sorella di Brandon e sua complementare nella smania di autodistruzione), vero?

 

Né tantomeno rassomiglierai a Sissy, che rompe l’anima agli uomini sfiancandoli di telefonate, invade la vita e la privacy del fratello fino a farne esplodere tutta l’aggressività repressa, vorrebbe sempre essere protetta, non è mai diventata adulta e insomma ha una vita del tutto fuori controllo?

 

Insomma, io non posso che concordare con i critici che consigliano la visione di Shame, ma forse per i motivi sbagliati. Gli stessi che mi hanno fatto amare, e molto, La vita oscena di Aldo Nove (Einaudi, 2011), opera sperimentale, lancinante, autobiografica; e solo apparentemente romanzo.

cinema
20 gennaio 2012
Macomemipiace Cameron Diaz

Mi ha sempre fatto ridere, fin dai tempi dello scorrettissimo Tutti pazzi per Mary, dove superò con slancio gli stereotipati ruoli da bellona cui sembrava condannata come tante altre ex modelle, mettendoci del suo e rivelando subito del talento, sia come spalla che come protagonista comica.

Non è un'attrice drammatica, non credo che beccherà mai un Oscar (ma a Hollywood non si può mai dire, a volte basta un ruolo superdisgraziato - la cieca di Sorrento, il condannato a morte, lo stupratore seriale di Barbie - e la statuetta ti plana dritta tra le braccia). Ma anche in Bad teacher (USA 2011, di Jake Kasdan, commedia) è divertentissima.

Il film ha ritmo, scene epiche (il lavaggio auto!), comprimari macchiette prevedibili ma buffi, e lei, l'insegnante del tutto priva di senso morale o amore per l'insegnamento, o per il lavoro in genere, batte tutti i record di political uncorrectness, non redimendosi neanche nel finale.

Si dice sempre che le bad girl vadano dappertutto, in realtà qui la nostra antieroina non realizza nessuno dei suoi sogni, non si rifarà le tette, non conquisterà il ragazzo bello e ricco, non riuscirà nonostante i suoi disonestissimi trucchi a sgamare la collega spiona... riuscirà però a farla cacciare, che non è un brutto risultato.

Oltretutto il film ha una sua riflessione etica, su come anche donne bellissime (e la Diaz, mia coetanea e quindi ormai al traguardo degli anta, è bellissima) si attacchino a stereotipi inculcati dai mass-media - tipo che per piacere agli uomini devi rifarti le tette - e commettano errori su errori scegliendo il cavallo sbagliato: è ovvio fin dalla prima scena che l'atletico insegnante di ginnastica è più sveglio, più simpatico e probabilmente anche più bravo a letto del professorino ricco, timido e smidollato che Justin Timberlake interpreta con grande bravura, addirittura facendolo cantare in un gruppo di professori sfigati, di cui lui è il più sfigato, il più stonato e scrive canzoncine di merda per una professoressa odiosamente degna di lui che, vi dico solo questo per non spoilerare, si chiama di cognome Squirrell.

Insomma, consigliatissimo per una serata di svacco sul divano.

cinema
18 gennaio 2012
Nel cuore nero di Lou Ford

Essere ammalati ha i suoi vantaggi. Quali? Sei costretto a stare in casa, ergo guardi più televisione oppure (se la televisione ormai ti fa schifo o quasi) guardi più dvd.

Questa settimana ho noleggiato una commedia e un noir. La commedia la trovate il 20 gennaio, l'altro film si intitola The killer inside me (USA 2010, di Michael Winterbottom, noir)  e fa veramente venire i brividi. Avevo sentito parlare da dio del romanzo originario, di tale Jim Thompson (che lo stesso Stanley Kubrick avrebbe voluto trasporre sullo schermo e considerava "una delle più sconvolgenti e credibili narrazioni in prima persona di una mente criminale che siano mai state scritte"), e prima o poi lo leggerò, ma come faccio di solito, ho preferito anticipare con le immagini.

Negli ultimi anni, con Tarantino, Rodriguez e sodali, ci siamo abituati a una violenza spettacolarizzata, decontestualizzata, che fa ridere, che non angoscia, come quando nei cartoni animati Wilcoyote si spiaccica, viene investito, gli esplodono i candelotti di dinamite addosso, ma nella scena seguente lui risorge sempre.

Qui no. Qui le esplosioni di violenza del protagonista sono pressoché immotivate, inaspettate, brutali e soprattutto irreversibili. Una sceneggiatura ben scritta ha dosato una colonna sonora innocente, paesaggi incolori da grande sud, un protagonista (il sorprendente Casey Affleck) con una faccia da bambino e un cuore nero come la pece.

Ormai tanto cinema made in Usa ci ha abituati alla dura realtà dell'uomo che si crede al di sopra della legge per il semplice motivo che la legge è lui, ma qui siamo di fronte a un poliziotto di cui gli altri poliziotti non possono che diffidare, un lupo sotto le spoglie dell'agnello.

Nulla a che vedere con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Italia 1970, di Elio Petri, con Gian Maria Volonté e Florinda Bolkan - premio Oscar 1971 come miglior film straniero), dai molteplici risvolti e ambizioni, influenzato da Dostoevskij, Brecht, Reich e Kafka, riflessione su potere e anarchia, responsabilità dell'individuo e della società, pellicola storicamente e geograficamente inconfondibile: l'Italia degli anni '70 non è il Texas degli anni '50. 

Thompson, infatti, pubblica il romanzo - riedito in Italia nel 2012 da Fanucci sulla scia del film - nel 1952. Siamo dalle parti del pulp, il pulp vero, quello di Cornell Woolrich per intenderci.

Antirealistico, privo di connotazioni politiche, il personaggio di Lou non agisce per vendetta, rivalsa, non uccide per amore o altri motivi passionali, non uccide per denaro e non uccide mai per sbaglio o senza premeditazione. Uccide anche due donne, due donne che lo amavano e che anche lui, in un certo senso, amava. C'è un killer dentro di lui, e lui lo sa. Perché ci sia lo si intuisce da piccoli flashback e altri indizi, ma non riusciremo mai a solidarizzare con lui, orrificati come siamo dal dolore delle sue vittime. Persino le scene di sesso fanno paura, qui.

Un film davvero duro, con attori ben scelti, Affleck ma anche l'incantevole Jessica Alba (un po' meno Kate Hudson, attrice da commedia sofisticata, qui un po' a disagio), Ned Beatty, Elias Koteas, Bill Pullman in una comparsata finale.

letteratura
16 gennaio 2012
In morte di Carlo Fruttero

La notizia non ti coglie impreparata: c’è anzi quel senso di dolce rassegnazione, lo stesso che hai provato il giorno di Natale sentendo che era morto Giorgio Bocca, quello che ti fa uscire di bocca proverbi e saggezza popolare sfusa (un altro grande che se ne va; prima o poi doveva succedere, alla loro età; hanno avuto una vita ricca di soddisfazioni).

 

Coincidenza, proprio il pomeriggio di Natale, giocando a Trivial con gli amici, era saltato fuori il suo nome. Al tuo gruppo capita la domanda: quali sono i nomi della coppia letteraria Fruttero & Lucentini? Inutile dire che la risposta (in parte scandalizzata dall’essere l’unica ad avercela pronta) aveva sfiorato il centesimo di secondo.

 

Ma è scontato, dai... quando è dalle superiori che leggi e rileggi La prevalenza del cretino, quando hai goduto come una quaglia quasi con l’intera produzione di un autore, con il compagno Lucentini e poi da solo, quando andava da Fazio e ormai ti ci eri affezionata, a quel corpo da ragnetto e a quella faccia imbevuta di perfidia infantile (e un lato infantile, splendido, i due ce l’avevano: al punto da prefare, elogiandolo come uno dei migliori romanzi italiani di sempre, Pinocchio, da loro giustamente definito opera gotica e ghost story delle migliori).

 

Non che tu di Fruttero, in definitiva, abbia letto l’opera omnia. Ti mancava, per esempio, e te ne rammarichi, Mutandine di chiffon, che a dispetto del titolo civettuolo e civetta, era operetta di ricordi autobiografici, dentro e fuori dall’ambiente letterario torinese.

Ti manca anche La patria, bene o male, scritto a due mani con Massimo Gramellini, che stamattina a Radio Capital l’ha elogiato sobriamente con il massimo complimento che il suo amico Calvino avrebbe potuto immaginare: “era un uomo leggero”, nel senso migliore del termine.

 

Bando ai necrologi, quindi, e passiamo alle cose serie.

 

 

Classifica provvisoria delle opere di Carlo Fruttero

(quelle che ho letto finora)

 

 

1) La donna della domenica

(leggiadro e soave capolavoro, capostipite di quel giallo ironico all’italiana che ormai diamo per scontato, ma non lo era affatto finché non lo scrissero loro)

 

2) Enigma in luogo di mare

(perché mi piace e basta. O devo giustificarmi? Ambientazione splendidamente incongrua per un giallo, dialoghi scintillanti, protagonisti misteriosi e insoliti, trama mai scontata... Piaceva anche a lui, essendo evidentemente ambientato in un luogo identico a quello splendido Castiglione della Pescaia dove aveva la casa e da dove ci ha lasciati, stanotte)

 

3) A che punto è la notte

(capolavoro in chiave minore, forse troppo ambizioso dal punto religioso/metafisico. Il rischio della serializzazione del giallo era già in agguato, e forse per questo il duo pensò bene di chiuderla lì con il commissario Santamaria.)

 

4) La prevalenza del cretino

(da rileggere a dosi omeopatiche quando le dure leggi del professor Cipolla minacciano di travolgerci l’esistenza)

 

5) La verità sul caso D

(bisognava essere dei grandi scrittori, e dei grandi critici, e dei grandi giallisti, e dei grandi amanti di Dickens per mettere insieme un’operetta così geniale da ricamare sull’incompiuto Il caso Edwin Drood di Dickens, infilandoci senza strafare tutti i più grandi detective del ‘900 riuniti a convegno)

 

6) La manutenzione del sorriso

(seguito della Prevalenza del cretino, v. sopra per la posologia)

 

7) Breve storia delle vacanze

(pamphlet delizioso, breve ma definitivo)

 

8) Ti vedo un po’ pallida

(ottima ghost story)

 

9) Donne informate sui fatti

(così così. Prevedibile e mal strutturato con quei monologhi così noiosi, proprio lui che era maestro del dialogo scintillante da commedia degli equivoci.)

 

10) Il palio delle contrade morte

(Bruttino.)

 

Non entra in classifica L’amante senza fissa dimora: pessimo. Un errore, un inciampo, per quanto mi riguarda. Però so di gente serissima a cui è piaciuto.

DIARI
2 gennaio 2012
Buon anno

Non ho dato molte soddisfazioni ai miei venticinque lettori in queste settimane natalizie, e me ne scuso. Ero in tutt'altra faccenda affaccendata - una collana di letterine di Natale per gli amici, che hanno richiesto tutta la mia attenzione e che per ovvi motivi fanno ridere solo i diretti interessati - e per riuscire nell'impresa ho dovuto trascurare il blog.

Il silenzio stampa continuerà per questa settimana, dato che domani parto per qualche giorno. Resoconto, forse, e altri post su quello che succederà nel mondo, da lunedì prossimo.

Stay tuned.

E godetevi l'ultimo anno, come direbbero i Maya.

cinema
29 dicembre 2011
"La politica è una cosa sporca: facciamola insieme"

Ogni volta che vedo un film americano sull’argomento, mi torna in mente (e sorrido) il fantastico leimotiv del Pierferdinando Casini interpretato, con tanto di cadenza bolognese, dal grandissimo Neri Marcorè.

 

In questo senso Le idi di marzo non sorprende e non delude. Se ci aspettavamo l’ennesima dimostrazione che la politica non sia un mondo per gli ingenui e i puri, avremo esattamente questo e nulla più: l’ennesima dimostrazione che la politica non è un mondo per gli ingenui e i puri. L’avevo già pensato per I colori della vittoria di Mike Nichols, la cui morale non differisce granché da quella del film di Clooney.

 

E allora perché dovremmo andare a vedere un prodotto che non ci dà nessun sussulto, nessuna novità, niente che già non sapessimo?

Innanzitutto perché Le idi di marzo (The ides of March, USA 2011, di George Clooney, drammatico) ha una solida struttura narrativa, ben pensata, ben architettata, ben girata, con una colonna sonora inquietante ma non invadente: una macchina a orologeria di quelle che ti fanno mangiare le unghie per tutto il tempo. Non a caso è tratto dal dramma teatrale Farragut North di Beau Willimon, tra gli sceneggiatori insieme al regista stesso.

 

Le inquadrature però non risentono della staticità spesso tipica dei film di origine teatrale, e l’inquadratura usa giochi di luce e di ombra che riescono a spiegare alla perfezione la distanza tra immagine pubblica e realtà privata che Clooney vuole ribadire: la scena iniziale e quella finale da questo punto di vista sono la perfetta cornice della vicenda. T

emevo che nel finale il protagonista avrebbe guardato in macchina e detto qualcosa agli spettatori (quel gioco di complicità che ormai si vede spesso, specialmente nelle commedie americane, e che ormai è insopportabile) ma per fortuna l’amico George non ha avuto questa caduta di stile: il momento è drammatico, Stephen siamo noi, certo, ma non c’è bisogno di ribadirlo – lo sappiamo già.

 

Poi perché è recitato benissimo, e qui non sto a fare l’ennesimo panegirico dell’attore del momento, Ryan Gosling, soltanto perché non mi piace ribadire l’ovvio: cioè che questo giovane canadese dai lineamenti irregolari è perfetto per i ruoli tormentati che spesso gli danno, ottimo nei primi piani, affascinante per tutti, un po’ come il suo personaggio, un addetto stampa che catalizzando l’attenzione di tutti finisce per mettersi tutti contro, incluso l’uomo che ammirava di più al mondo.

 

Perfetto anche Paul Giamatti per una volta non nel ruolo del buono-ingenuo bensì del cattivo che poi così cattivo non è, semplicemente deve fare gli interessi del suo candidato: se non puoi avere quello che desideri, almeno fai sì che non lo abbia neanche il tuo avversario.

Elementare, no? Per dire, la marchesa di Merteuil, quando spiegava al visconte di Valmont che avergli fatto lasciare madame de Tourvel era già un tale trionfo da rendere superfluo per lei concederglisi, pur amandolo, scatenava una vendetta ben più sanguinosa, ma si era nel XVIII secolo e il vizio andava punito. Oggi le cose sono cambiate un po’.

 

Lo stesso vale per Philip Seymour Hoffman, che non posso dire di aver mai visto sbagliare una parte, e veramente c’è di che complimentarsi con Clooney regista (di per sé – qui come altrove - attore gradevole ma non eccelso, e soprattutto privo delle sfumature dei suoi coprotagonisti: si veda la scena pre-finale in cucina) per scelte così felici nei ruoli maschili della pellicola.

Un po’ meno azzeccati quelli femminili: la Wood (forse non per colpa sua ma della sceneggiatura) bamboleggia troppo nella prima parte – migliorando quando inizia il dramma vero e proprio - e ha un doppiaggio insopportabilmente anni ’50; al posto di Marisa Tomei, brava ma qui scialba e invecchiata nel ruolo di una vecchia volpe del giornalismo, avrei preferito una qualche caratterista sconosciuta ma incisiva nel ruolo.

Irriconoscibile (al punto che me ne sono accorta solo stamani controllando il cast su Imbd) il Jeffrey Wright indimenticabile interprete di Basquiat, qui ingrassato, stempiato e laido nel ruolo di un senatore alle cui mire infine l’onesto governatore Morris dovrà piegarsi se vuole vincere le primarie.

 

E siccome tutti vogliono qualcosa, a questo mondo, tutti o quasi otterranno quello che vogliono, al solito prezzo concordato a suo tempo tra Faust e Mefistofele. Impossibile stupirsene ancora, quello che stupisce semmai è che la cultura popolare Usa ancora ne sia ossessionata, ancora non abbia metabolizzato l’impossibilità di essere completamente innocenti, e sì che ce lo ripetono fin dalla Genesi. Di sicuro ne è ossessionato Clooney, che alla politica ha dedicato finora i suoi film più riusciti (L’uomo che fissava le capre e Good night & good luck sono splendidi).

 

Così come appare ancora ossessionata (non è cambiato nulla dai primi western) dal sapore amaro della vendetta, vendetta che anche lo Stephen del film metterà in atto, senza riuscire a goderne più di tanto, perché sarebbe impossibile trarre soddisfazione da un Paul che viene licenziato sapendo di non aver svenduto i suoi ideali e di trovare comunque un paracadute in qualche società di consulenza; o da un Morris felice di arrivare al potere anche a prezzo di riassumere un uomo di cui non si fida più; o infine da un Tom Duffy che lo ha sprezzantemente rifiutato per il solo motivo che può permetterselo, che gli è superfluo, che si è già servito di lui una volta e ora non serve più.

Tanto più che nella sua intelligenza, ora Stephen sa: sa come stanno le cose nel suo mondo, sa di essere a sua volta colpevole di atti, omissioni  bugie: ha svenduto la sua dignità e dovrà continuare come se niente fosse, passando dall’entusiasmo reale della prima scena a quello recitato dell’ultima.

 

Quella che sembra una sconfitta personale (aver perso fiducia nel suo candidato; essere messo alla porta; essere stato usato dall’avversario; aver causato la morte di una ragazza) diventa una vittoria politica (Stephen si ritrova con il coltello dalla parte del manico, e lo userà; Morris verrà eletto); che a sua volta è di fatto una sconfitta per tutti (Stephen non può più credere in Morris e Morris non può più fidarsi di Stephen).

D’altronde, come si sa, nemmeno a Bruto portò fortuna l’aver pugnalato Cesare.

 

La vera tragedia del protagonista è accorgersi che, come lui ha frettolosamente pagato per il suo silenzio e buttato via la stagista zoccola e minorenne che era incinta del governatore, così gli altri faranno con lui.

Nella società degli uomini (altro gran bel film che però parlava di lotta per la sopravvivenza nelle compagnie private, e non in politica) le donne sono prodotti a breve scadenza, ma anche se sei un uomo sei utile sempre, indispensabile mai; e se diventi scomodo, ci metti un attimo a finire nella spazzatura. Ieri eri un genio, oggi sei roba avariata.

Noi confrontiamo con la società in cui viviamo, constatiamo e ci rimettiamo il piumino, per uscire in un gelido dicembre che però sembra aria celestiale rispetto alla claustrofobia del darwinismo che abbiamo appena visto rappresentato con tanta convinzione.

 

Una curiosità: tra i produttori esecutivi figura Leonardo Di Caprio, che evidentemente ha creduto nel progetto (anche perché all’inizio il ruolo del protagonista doveva essere suo).

Quanti registi, sceneggiatori e attori democratici che ci sono a Hollywood, da Robert Redford a oggi... quanti di loro hanno creduto nella coppia Clinton-Rodham, cui occhieggiano sia questo film che il già citato I colori della vittoria!

Quanti, di nuovo, si sono estasiati, sdilinquiti, illusi più di recente per Obama! Il quale forse non avrà scandaletti sessuali nell’armadio o sotto la scrivania, ma di certo i miracoli non li sta facendo neppure lui, anzi, per dirla tutta, a dispetto del Nobel per la Pace improvvidamente assegnatogli quando ancora non aveva avuto modo di dimostrare nulla, si sta rivelando impotente, insapore e prigioniero delle lobby che fanno sempre sembrare i presidenti Usa democratici dei fantocci che, a differenza di quelli repubblicani, non aumentano neanche il Pil del settore armamenti.

 

 

Frasi celebri:

 

Non si tratta di quanto sei bravo. Si tratta di lealtà.

 

Se non impariamo a giocare sporco anche noi Democratici, vinceranno sempre i Repubblicani.

 

Io credo nella costituzione americana. 

cinema
19 dicembre 2011
L'Allen che mi piace

 

Sento giudizi contrastanti su Midnight in Paris (Usa-Francia 2011, commedia), ma devo dire che nel mosciume generale dell’ultima produzione di Woody Allen questo è uno dei suoi prodotti più riusciti.

Non un capolavoro, chiaro, e chi dissente vada pure al post del 21 ottobre 2011.

 

Due difetti sono fastidiosi: la scelta di un poco carismatico Owen Wilson come protagonista, costretto inoltre dal regista a balbettare come tutti i suoi alter ego cinematografici; e la stucchevole serie di cartoline dell’incipit, cinque minuti vacui che ricordano tragicamente l’intervallo della Rai negli anni Settanta, quello con le pecorelle, i templi e la musichetta all’arpa. Troppa fissità, così come troppe carrellate da turista nelle scene diurne, compresa la gita a Versailles o quella alla casa di Monet.

 

E purtroppo nemmeno la sceneggiatura brilla per la comicità dei dialoghi, con molte occasioni mancate (es. Gil che passa a un perplesso Buñuel l’idea di base per L’angelo sterminatore; gli inconcludenti siparietti tra Gil e Paul).

 

Tuttavia l’idea di fondo (sognatori in fuga che si trovano meglio in qualunque epoca passata che non sia la loro) è bella. Il regista l’aveva già sviluppata altrove (gli amati anni ‘20 di Zelig, La rosa purpurea del Cairo e Accordi e disaccordi, i ‘40 di Pallottole su Broadway, Stardust memories, fino allo specchio magico di Ombre e nebbia...), ma qui il delizioso espediente dell’auto d’epoca che ogni notte, solo a mezzanotte, passa a raccogliere il viandante del tempo e lo porta tra i suoi idoli degli anni 20, jazz e champagne, basta da solo, senza troppi effetti speciali, a segnare tutta la distanza esistente tra l’epoca idealizzata dal protagonista e la dolorosa volgarità in cui si trova a vivere.

 

Certo, si potrebbe obiettare che fidanzata shoppingmaniaca e futuri suoceri repubblicani (di quelli per cui chiunque professi idee diverse è "un comunista" a prescindere), per non dire dell’insulso amico sapientone di lei, sono quanto di più insopportabile un umano possa ritrovarsi a fronteggiare nella vita, al punto che Allen è riuscito a rendere odiosa persino la bellissima ed espressiva Rachel McAdams.

 

Ma è altrettanto chiaro che quando uno si trova coinvolto dalle musiche di Cole Porter (suonate e cantate da Cole Porter), dal meglio della letteratura americana tra le due guerre e dal fascino avvolgente – non mi viene un altro aggettivo – di Marion Cotillard, la scelta, non solo estetica ma etica (e le due cose spesso coincidono per un artista) è indubbia.

Non solo, ma mi è sembrato perfettamente coerente ambientare un film pieno di sberleffi surrealisti tra gli artisti delle avanguardie parigine, che nei surrealisti ebbero una delle loro vene più ricche.

 

Soltanto che – colpo di genio – il nostro non decide di rimanere nel passato, pur avendone la possibilità, perché ha finalmente intuito che il passato, per chi ha l’occasione di riviverlo, è solo una caricatura di se stesso: Hemingway e il Dalì di Adrien Brody sono particolarmente spassosi sotto questo aspetto, ma anche la Bates nei panni di Gertrude Stein più di tanto non può fare.

 

Confesso che mi sono sentita toccata e scoperta nella mia personale infatuazione per quegli anni irripetibili. Io stessa, mesi fa su Anobii, facendo un gioco in un gruppo di discussione, avevo immaginato un mio viaggio nel tempo ai Deux Magots dove cercavo invano di conversare con Scott e Zelda e Ernie e Hadley e Pauline, solo che il primo era rotolato ubriaco sotto il tavolo, la seconda era in preda a una crisi isterica, il terzo parlava solo di boxe e le sue due donne si stavano prendendo per i capelli.

Insomma Woody stavolta sei tu che hai copiato me, ammettilo!

 

Ma il film volge al termine: dobbiamo lasciar andare  la nebulosa Adriana, a sua volta infatuata della Belle Époque. Ci tocca vivere nel presente, e ascoltare Cole Porter su vecchi dischi, quelli amorevolmente conservati per noi da una dolce fanciulla francese che veste alla francese, pensa alla francese, ama le passeggiate romantiche sotto la pioggia e insomma – si suppone – peggiore della nostra fidanzata di Malibu non potrà essere.

 

P.S.: la visione può risultare fastidiosa per gli urletti di stupore del pubblico bue a) quando riconosce Carla Bruni; b) quando riconosce qualche scrittore sentito nominare alle superiori e mai più letto.

letteratura
16 dicembre 2011
Regola 20: il gran finale di Van Dine

No. 20 - And (to give my Credo an even score of items) I herewith list a few of the devices which no self-respecting detective story writer will now avail himself of. They have been employed too often, and are familiar to all true lovers of literary crime. To use them is a confession of the author's ineptitude and lack of originality.

 

a)

Determining the identity of the culprit by comparing the butt of a cigarette left at the scene of the crime with the brand smoked by a suspect.

b)

The bogus spiritualistic se'ance to frighten the culprit into giving himself away.

c)

Forged fingerprints.

d)

The dummy-figure alibi.

e)

The dog that does not bark and thereby reveals the fact that the intruder is familiar.

f)

The final pinning of the crime on a twin, or a relative who looks exactly like the suspected, but innocent, person.

g)

The hypodermic syringe and the knockout drops.

h)

The commission of the murder in a locked room after the police have actually broken in.

i)

The word association test for guilt.

j)

The cipher, or code letter, which is eventually unraveled by the sleuth.

 

N. 20: E, per dare al mio Credo un numero pari di regole, ecco una serie di stratagemmi che nessuno scrittore di gialli degno di questo nome potrà più permettersi di adoperare. Sono già stati troppo sfruttati, e sono molto familiari a tutti i cultori dei crimini di carta. Avvalersene equivale a confessare la propria incapacità e mancanza di originalità.

a) Scoprire l'identità del colpevole mettendo a confronto la cicca di sigaretta trovata sulla scena del crimine con la marca fumata da un sospetto.

 

b)

La seduta spiritica fasulla che terrorizza il colpevole e lo spinge a confessare.

c)

Impronte digitali manipolate.

d)

L'alibi costruito mediante un fantoccio.

e)

Il cane che non abbaia e quindi rivela che l'intruso gli è familiare.

f)

L'attribuzione del crimine a un gemello, a un parente troppo somigliante al presunto colpevole.

g)

La siringa ipodermica e il sonnifero.

h)

L'assassinio commesso in una stanza chiusa, ma dopo che la polizia vi ha fatto irruzione.

i)

Il test delle associazioni di parole che indicano il colpevole.

j)

Il codice cifrato la cui soluzione viene alla fine trovata dall'investigatore.

 

 

 

 

 

Eh sì, siamo arrivati alla fine.

E non possiamo che dargli ragione, al Nostro: tutti trucchetti da sfigati, quelli elencati qui sopra.

Sia chiaro: non era uno sfigato il primo che li usò (esempio Conan Doyle e il suo immortale “Il cane non ha abbaiato”).

Ma il secondo era un pigro, il terzo un inetto irrecuperabile e, dal quarto in poi, dei gran copioni.

 

 

Sono passati oltre cent’anni dalla codificazione del genere, e ancora adesso c’è gente che usa il trucco della siringa ipodermica senza vergognarsi! (ogni riferimento ad Anne Holt è puramente intenzionale)

 

 

Ma un po’ di fantasia, diavolo. Altrimenti cosa fai lo scrittore a fare? Sforza quelle meningi, dimostra ai tuoi lettori che hai un briciolo di rispetto per la loro intelligenza, la loro cultura, non partirai mica dal presupposto che non abbiano letto, prima di te, i classici?

E se non li hanno letti, peggio per loro: vi meritate a vicenda.

 

 

Personalmente continuerò a preferire chi cerca di stupirmi con effetti speciali, che non vuol dire necessariamente ricorrere al paranormale, al fantasy, alla cialtroneria; ma piuttosto l’uso dell’inusuale, il battere strade mai percorse, a livello sia contenutistico che stilistico, lo humour, il non adagiarsi nella formula di successo, la creazione di personaggi indimenticabili; e sì, sicuramente l’escamotage che ci fa dire: “Oh, questa proprio mi mancava”. E non in senso negativo.

 

letteratura
14 dicembre 2011
Una manciata di sale

Giovanna Bandini, chi è costei?

 

Capita, ogni tanto, di ritrovarsi fra le mani un romanzo mai sentito nominare, di un autore che ci è del tutto ignoto, e di scoprire con piacere una scrittura accattivante e una storia avvincente.

Il bacio della tarantola mi era stato prestato dall’amico P, che quest’estate (fortunello!) si è fatto una vacanza in Salento e – con altrettanta casualità – ne ha sentito parlare come di un libro legato alla Puglia, ai suoi riti arcaici, alla sua cultura.

L’ha letto, poi l’ha passato a me.

 

A giudicare dalla copertina a effetto, dal titolo drammatico, dall’intuizione che me n’ero fatta (ricollegata irresistibilmente a La vedova nera, una figata di film con una grandissima Theresa Russell, dove lei era la femme fatale che uccideva i suoi mariti per soldi) avevo aspettative bassissime, e invece...

 

Invece questo romanzo possiede molte qualità, non ultima una che riconosco per la sua difficoltà, avendola sperimentata di persona: l’immedesimazione psicologica (credibile) di una scrittura femminile in un protagonista maschile che parla in prima persona. È il maschio a raccontare, al presente, la sua storia. La donna è la controparte misteriosa, opaca.

 

Una scrittura femminile, dicevo. A quanto pare Il bacio della tarantola non è un’opera prima, e si vede: la Bandini, di suo o con l’aiuto di un editor capace, sa usare la lingua italiana efficacemente, ci sa dosare dentro la difficile spezia di un difficile dialetto (in questo rammentandomi, in chiave minore, il sardo Fois, che ne fa un uso tanto più parco e misterioso, quanto più efficace), riesce a creare tensione tragica ed erotica, e non è poco.

È difficilissimo, sapete?, scrivere di amore, di gelosia, di colpo di fulmine senza banalizzare, senza copiare i grandi, e secondo me la Bandini ci è riuscita.

 

L’antagonista che Carlo ha la ventura di incontrare, Teresa, è un gran bel personaggio, originalissimo, duro, ostile e ostinato, e anche il finale mi è piaciuto molto; non prevede psicodrammi né atti di eroismo, ma soltanto una fuga triste e un po’ vile, che si intona con il carattere indeciso del nostro giornalista.

Anche i coprotagonisti, la compagna psicologa, il pescatore, i marinai, l’ambiente salentino con le sue sopravvivenze magiche, sono sbozzati bene e credibili nei rispettivi ruoli. È facilissimo, trattando di riti e superstizioni, cadere nel ridicolo; inoltre un romanziere, quando si muove sulla sottile linea che separa realismo e soprannaturale, deve prendere una posizione chiara e mantenerla sino alla fine. E la Bandini ci riesce, adottando la stessa prospettiva rispettosa, antropologica (cui immagino non sia estranea la sua professione di archeologa) di Eraldo Baldini, giovane ma grandissimo scrittore dal quale solo una elle la separa.

Di Baldini mi è piaciuto finora tutto quello che ho letto, ma soprattutto quei romanzi dove l’elemento soprannaturale si rivela superstizione collettiva incrollabile e resilienza culturale: non è vero ma ci credo, e se ci credo, se un’intera comunità ci crede, tutto può succedere.

 

Qui, nel Bacio della tarantola, a turbare il protagonista nordico e disincantato, sono le tarantolate, la pizzica che le guarisce, le danze simili a quelle dei dervisci, la sessualità femminile che fa paura, i segreti di una comunità apparentemente solare e aperta, in realtà ctonia e infernale, piena di grotte marine, di claustrofiobiche cripte, di sotterranei umidi, di cantine (proprio in una cantina si svelerà la verità).

E, come in Faccia di sale di Baldini, sarà una manciata di cloruro di potassio, di banalissimo sale da cucina, a farci infine rabbrividire: non c’è bisogno di guardare troppo lontano per trovare l’orrore.

 

 

Giovanna Bandini

Il bacio della tarantola

Newton Compton, Collana Grandi Tascabili Contemporanei

Pagine: 256

Prezzo: € 6,90

Uscito il 27 gennaio 2010

DIARI
13 dicembre 2011
E la sorpresa...?

Cari genitori italiani delle città dove i regali si fanno per Santa Lucia (13 dicembre), per quest'anno ormai è troppo tardi.

Ma posso pregarvi, per il futuro, di non farmi più assistere alle scene viste l'8 dicembre in un grande magazzino che vendeva giocattoli? Ero là con la mia amica N per comprare i regali per suo figlio. Naturalmente, essendo un giorno festivo, il negozio brulicava di clienti: genitori, nonni anche in carrozzella, zii stagionati, coppiette, assembramenti familiari enormi... quello che non mi sarei mai aspettata di vedere - ma io non ho figli e certi riti probabilmente mi sfuggono - era che con gli adulti ci sarebbero stati così tanti bambini.

Bambini, non adolescenti: bambini delle elementari o anche meno.

A comprare i regali per sé stessi. A sceglierseli. A discutere come piccoli contabili su cos'è meglio comprare, su quanto i genitori sono disposti a spendere per loro, a ricattarli magari con la lagna emotiva del "A Luca gli hanno promesso un robot che costa dieci volte quello che volete rifilarmi a me". Osservando i prezzi, confrontandoli, vedendo chi avrà regali più costosi dei loro, più grossi dei loro, più numerosi; vedendo i genitori alla cassa, che tirano fuori la carta di credito o il contante; sapendo già che quei soldi vengono dalla sudata tredicesima di mamma e papà.

Come se lo sapessero già, tutti quei bambini, che Santa Lucia non esiste. Che i suoi doni non sono doni magicamente venuti dal cielo, ma beni materiali acquistati dai genitori con il frutto del loro lavoro.

Ma perché dovete fare un dispetto del genere ai vostri figli? Cresceranno anche troppo presto; verranno bombardati da spot pubblicitari che indurranno le bambine a truccarsi a 8 anni, indossare il push-up a 9, essere su facebook a 10 e limonare a 11. Lo scopriranno da soli - dal solito compagno di scuola più sceglio e/o cinico e/o scafato - che Santa Lucia, Babbo Natale, la Befana siete voi.

Ma che fretta c'è, Cristo?

Come sapeva benissimo Leopardi e come opportunamente ci ricorda anche lo spot televisivo del Campari, il bello di un evento non è la sua realizzazione, è l'attesa: che si concretizzava, una volta, nella preparazione dei regali da parte dei parenti, e nella magica emozione dell'attesa da parte dei bambini.

Era un'attesa che durava giorni, o settimane. Che cosa mi porterà quest'anno? Sarò stato abbastanza buono da meritarmi i regali, o solo carbone (che poi c'era spesso, ed era un dolcetto a forma di).?

La sera qualche nonno o genitore usciva all'aperto e strisciava furtivo sotto la finestra della cucina, attento a non farsi vedere, suonando una campanella: era Santa Lucia che passava con il suo asinello...

Era l'unica notte in cui tutti i bambini dormivano poco, facendo un turbinio di sogni, divorati dalla curiosità. Poi, la mattina dopo, ci si alzava presto, prestissimo, all'alba, senza bisogno della sveglia, per un'unica giornata all'anno. E si correva fuori dalla propria camera in pigiama, alla ricerca dei regali messi sotto l'albero di Natale o vicino al presepe, a seconda.

In molte case, per fortuna, si usa ancora. Ma verrà il giorno in cui non lo farà più nessuno, e sarà un giorno triste per me.


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consumi
12 dicembre 2011
Stendiamo un velo di burro

Con tutto quello che succede nel mondo, pare ridicolo infognarsi a commentare eventi superficiali come la carestia del burro in Norvegia (www.corriere.it/esteri/11_dicembre_11/norvegia-burro-burchia_0a112d22-2407-11e1-9648-0971f64f00f8.shtml).

Ma io, signori, seguo la linea di Amici miei e Sotto il culo della rana (peggio va e più dobbiamo riderci sopra) e quindi mi butto a pesce sulla notiziola frivola del giorno. Pur facendo una certa fatica a immaginare gli scaffali dei supermercati norvegesi (cari come gioiellerie) desolatamente privi della preziosa sostanza giallastra.

Quanto burro consumano i norvegesi? Tanto, ma tanto, ma tanto, ve lo dice una che c'è appena stata. Tanto che il turista, al terzo giorno, dà di matto e comincia a frequentare loschissimi ristoranti thailandesi, malaysiani, perfino finte pizzerie, pur di trovare qualcosa che non contenga latticini. I dolci nordici sono pannosi e burrosi, sulle loro colazioni meglio stendere un velo pietoso (di margarina?), a pranzo e cena non vi mancherà mai il cestino del pane abbinato a deliziose coppette di burro normale o, alternativa molto à la page, aromatizzato all'aglio (una delizia).

Non che qualcuno possa affermare che tedeschi, danesi, svedesi etc. siano da meno, anzi. Quelle belle guanciotte rosa e pienotte di grandi e piccini accomunano tutti questi simpatici popoli presso cui ho avuto già tante volte il piacere di soggiornare. Ma i norvegesi, evidentemente ubriacati non solo dall'acquavite ma ancor più dalle inesauribili riserve petrolifere che li rendono ricchi, hanno dimenticato quando erano poveri emigranti che sopravvivevano a stoccafisso e patate; hanno pensato bene, anzi, di inventarsi una dieta ricca di grassi (come se la loro dieta usuale non lo fosse già in maniera terrificante) che ha esaurito le scorte e fatto rincarare i prezzi.

Come faranno per Natale? E se cominciassero a importare un po' più di sedano, di carotine novelle, di radicchio trevigiano? L'ananas al posto della millefoglie? I pomodori gratinati invece delle zuppe di pesce come quella che hanno servito a me a Stavanger (90% di panna, 8% di porro, 2% di salmone)?

9 dicembre 2011
Regola 19: il continuum pubblico / privato

No. 19 - The motives for all crimes in detective stories should be personal. International plottings and war politics belong in a different category of fiction - in secret-service tales, for instance. But a murder story must be kept gemütlich, so to speak. It must reflect the reader's everyday experiences, and give him a certain outlet for his own repressed desires and emotions.

(N. 19 - I moventi dei crimini nei romanzi polizieschi devono essere esclusivamente personali. Complotti internazionali e azioni di guerra fanno parte di un'altra categoria di romanzi, quelli di spionaggio, ad esempio. Ma un romanzo giallo deve mantenere un carattere intimo, per così dire. Deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, ed offrire uno sfogo ai suoi desideri ed emozioni represse.)

 

Mi scuso e mi prostro, Vostra Giallezza, per avere indegnamente trascurato le ultime due regole negli ultimi mesi. Ma i miei pochi neuroni sono stati in altre faccende affaccendati, e si sa, poco  importa quanto superficiali siano, se quelle poche cellule (sempre meno: anche nel momento in cui scrivo stanno calando inesorabilmente) le ritengono importanti.

 

 

Si parla di altre sezioni del blog, ma anche di intensi rapporti con altri blogger, conosciuti a pelle o meno, ed è con un certo senso di gioia poco stupita che mi rendo conto della mutazione genetica irreversibilmente intervenuta ormai in me così come nei miei interlocutori (suppongo a buon diritto, visti i risultati) dopo l’avvento del Web 2.0: di potere cioè interloquire in rete con persone fisiche – conosciute anche de visu o meno – con la stessa sincerità, lo stesso trasporto e la stessa passione, nonché traendone la stessa soddisfazione intellettual-emotiva, che ci sarebbero in un salotto fisico invece che virtuale.

 

 

L’antitesi dramma pubblico / dramma privato, diceva dunque il Nostro.

Però io non li vedo, questi due poli opposti. Ci vedo piuttosto un continuum, una retta molto, molto lunga, ma non infinita, che va dal massimo del collettivo (un thriller storico sulla Seconda Guerra Mondiale, Enigma di Robert Harris per esempio - 1995) al massimo dell’intimismo (un thriller psicologico come La camera azzurra, tra i capolavori di Simenon - 1964).

 

Obietterei innanzitutto che il mondo del giallo intimista non è automaticamente garanzia che vengano riflesse le esperienze quotidiane del lettore (...) e che si offra uno sfogo ai suoi desideri ed emozioni represse. Al contrario, ci si potrebbe ritrovare una situazione misteriosa brillantemente esposta ma priva di mordente, soprattutto quando l’ambientazione è troppo chic per identificarvisi e l’approfondimento psicologico troppo patinato e superficiale per appassionare.

Penso per esempio al Falcone maltese (1930) e all’Uomo ombra (1934) di Hammet, recentemente letti: deliziosi da molti punti di vista, senza dubbio, ma tra un party, un martini e un whisky di doppio malto pare di trovarsi in una commedia di Noel Coward... il che in un giallo non si fa.

 

Nel thriller politico ci saranno invece protagonisti con una loro psicologia, ma soprattutto ci sarà l’intersecarsi dei loro drammi privati con quelli pubblici (la guerra, la condizione di spie, il doppio gioco, la fame, la lealtà al proprio Paese, la politica e la ragion di Stato etc. etc.) e, per forza di cose, il prevalere del conflitto pubblico su quello intrapersonale.

Sempre per forza di cose, la psicologia di questi personaggi non potrà essere che riduttiva, schematizzata, al limite dello stereotipo (la femme fatale, l’eroe valoroso e leale, il cattivo doppiogiochista, il leader carismatico...). Mal che vada, avremo come portata principale una storiella Harmony con contorno di patate lesse e sfilacci di nazismo crudi.

Quale piacere ne trarrà il lettore? Innanzitutto di approfondire un’epoca storica di cui ritiene di non sapere abbastanza o, al contrario, che conosce sufficientemente bene da voler valutare come un’opera di fantasia la rappresenterà – anche per la soddisfazione impagabile di rilevare errori, approssimazioni e fanfaronate del romanziere e di sentirsi superiore a lui.

Potrà inoltre appassionarsi ai destini di personaggi grondanti romanticismo e idealismo, contrapposti ad altri crudeli e spietati quanto basta, palpitando nella speranza che il bene (rappresentato di solito dall’Occidente, un Occidente rigorosamente anglosassone, Wasp e capitalista) trionfi a spese del male (identificato di solito in un Terzo Reich o, al limite, in un qualsiasi altro regime dittatoriale e totalitario, sia esso comunista, teocratico o di fantasia).

Può un romanzo costruito su queste basi funzionare? Certo, se ben architettato.

Può essere anche un buon giallo? Dipende.

 

Non sono assidua lettrice di questo genere, e in generale non considerei gialli i thriller di Martin Cruz Smith come Gorkij Park (1981) – i cadaveri sono solo un pretesto per approfondire il tema della Guerra Fredda – o le spy-stories di Ken Follett e Frederick Forsyth, né tantomeno i Bond di Ian Fleming.

Un discorso a parte meriterebbe Graham Greene, dove l’approfondimento psicologico è finissimo e la scrittura eccezionale, ma pochi dei suoi romanzi contengono un mistero giallo vero e proprio. Al contrario, Greene, scrittore dell’opacità, è maestro nell’imbastire trame sul mistero dell’individuo, dei suoi comportamenti irrazionali, imprevedibili, imprescrutabili fino alla fine; e non gli serve un omicidio per farlo.

The constant gardener di Le Carré (2001) potrebbe essere un buon esempio, visto che gli enigmi non sono solo la personalità della protagonista e la sua passione politica, ma anche la domanda: chi, dei suoi tanti nemici, l’ha uccisa e perché?

Mi viene in mente anche, tra le mie ultime letture, Il ghost writer (2007), sempre del già citato Harris: una bella trama thriller ispirata nemmeno tanto velatamente alle ambiguità dell’ex premier inglese Tony Blair e della moglie, qui identificata nientemeno che come spia!

 

In definitiva, caro Van Dine: mi scuserà ma, laddove lei vede bianco e nero, io scorgo infinite sfumature di grigio. Ma forse ai suoi tempi i generi erano tagliati con l’accetta... oggi viviamo in tempi sfilacciati.

POLITICA
5 dicembre 2011
"Si poteva fare di più"

La manovra del governo Monti, invece, non piace molto alla Chiesa:  era «necessaria» ma «poteva essere più equa, si è fatto ancora poco. Si sono fatti passi ma potevano essere ancora più equanimi», «si poteva fare di più sui redditi alti». Lo afferma monsignor Giancarlo Bregantini, reponsabile della Commissione Cei per i Problemi sociali e il Lavoro. (www.unita.it/italia/monti-alle-camere-cei-manovra-non-molto-equa-1.359528).

Come ha ragione la CEI! Bisognerebbe che l'Imu la pagassero anche gli immobili di proprietà della Chiesa. Allora sì che ci sarebbe quella soglia minima di decenza ed equità.

letteratura
1 dicembre 2011
L'ardente pazienza

Da anni, per colpa dell'uso improprio fattone da un politico che non nomino neppure, circola in rete la bufala che questa poesia sia stata scritta da Neruda.

Invece no.

E' di Marta Medeiros, giornalista e scrittrice brasiliana, titolo originale A morte devagar (1990).

 

Lentamente muore

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno
gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente
chi evita una passione,
chi preferisce il nero sul bianco
e i puntini sulle "i" piuttosto che
un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro
chi non rischia la certezza per l'incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli
sensati.

Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.

Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento
di una splendida felicità


DIARI
30 novembre 2011
Guantità

Ogni mattina mi riprometto di metterli ben in vista, anzi, ben a portata di mano, invece poi non lo faccio.

Ecco perché loro si vendicano giocando a nascondino.

 

Dovrei infilarli in una tasca esterna del piumino, così li vedrei e mi rassicurerei subito, prima ancora di chiudermi la porta alle spalle, che non dovrò rovistare nella borsa per tutto il tragitto da casa al lavoro.

Poi invece non lo faccio mai.

Non perché tema il noto fenomeno delle chiavi spostate da una borsa all’altra (che poi è un attimo ritrovarsi chiusi fuori), proprio per dimenticanza.

Così come, da giorni, dimentico di pulire quella brutta macchia di chissà cosa sulla manica destra della giacca imbottita nera, quella elegante con l’etichetta Givenchy nonostante che non sia un Givenchy e mi sia costata molto meno, anzi, non a me ma a chi me l’ha regalata.

 

I miei guanti attuali sono neri, sono di lana grezza, e hanno buchi sul pollice della mano destra e su due dita (indice e medio) della sinistra.

Sono inadeguati? Me lo chiedo spesso.

Mi dico che dovrei ricucirli, ma come si fa a ricucire la lana a maglie larghe? Non credo che si possa, e comunque non credo di essere capace.

 

(Sul discorso cucito dovrei aprire un apposito dibattito, che riguarda anche le infinite possibilità di oggetti scuciti che dovrei cucire e non cucio, e non è detto che un giorno non lo faccia: aprire un post, non cucirli).

 

Quindi continuo ad andare in giro con lembi di pelle rosa che si intravedono sotto i guanti neri, impermeabile all’eventuale disprezzo altrui, anzi vergognandomi un filo ma convincendomi che in realtà la maggior parte dei passanti è troppo concentrata su se stessa, sui suoi minuti di ritardo, su dove mette i piedi, per accorgersene e compatirmi.

L’ipotesi che qualcuno veda lo stato dei miei guanti neri e pensi: “Ah, ecco una simpatica ragazza alla moda che si è tagliata i guanti apposta per far vedere qualche lembo di pelle che fa contrasto con il colore dei guanti”, non la prendo neanche in considerazione, il che mi rallegra perché capisco di non avere seri disturbi di distacco dalla realtà.

 

Ho freddo? Neanche tanto. Più che altro, dà fastidio quando guido o porto un sacchetto, perché le parti sbregate si spostano e scoprono più pelle del necessario, richiedendo pazienti, continui aggiustamenti che mi spazientiscono.

 

Domanda: perché non li butto?

Hanno forse un valore sentimentale? No.

Sono costati una cifra assurda? Nemmeno.

Sono pigra? Sì.

Affezionata alle cose? Sì, anche quelle che non rivestono valore sentimentale né simbolismo.

 

Ho in casa altri due o tre paia di guanti, sia di pile che di lana. Quelli di lana, se ricordo bene, sono malconci tanto quanto questi che porto da un mese, da quando è tornato il freddo. Un paio è arancione, l’altro non me lo ricordo.

Vanno solo lavati e indossati.

Mi chiedo quanto tempo passerà prima che mi decida a buttare via i guanti neri.

POLITICA
29 novembre 2011
Beata ingenuità / 2

Domenica sera, quando Alfano ha paragonato gli italiani di sinistra a Fonzie, che non ammetteva mai di avere sbagliato, mi sono sentita un po' chiamata in causa.

Si riferiva, la controfigura di segretario del Pdl, al nostro esserci illusi che, defenestrato Berlusconi, lo spread sarebbe magicamente sceso, la minaccia di default scongiurata e la crisi finita.

Ebbene sì, è vero: caro Angelino, eravamo così felici, ma così felici, di liberarci del tuo boss, da essere disposti a farci piacere tutto: che se ne andasse non per via elettorale ma cacciato dalle risatine di Sarkozy, che ci ritrovassimo con un governo sostenuto sia dal Pdl che dall'opposizione, che la Lega fingesse di aver ritrovato la verginità e si dissociasse per qualche voto in più alle prossime politiche.

Tutto, pur di salvare il Paese dal ridicolo e dal fallimento. Invece non è ancora successo: credevamo che un governo di tecnici avrebbe cominciato a emanare provvedimenti il giorno dopo l'insediamento, che saremmo passati dal governo degli spot elettorali a quello del pragmatismo, che per una volta avremmo visto dei ministri velocizzarsi, superare la burocrazia, la partitocrazia, l'esasperante lentezza delle procedure. Tutto, pur di superare questo momento di pericolo.

Bisogna invece constatare che, nonostante molti ministri abbiano già steso testi di riforma per le parti di loro competenza, le vecchie care pratiche come la distribuzione dei sottosegretariati sono più importanti di tutto. E che Monti, non ignaro di come vadano le cose in Italia, si è preoccupato di andare a rassicurare i partner europei (messi del resto maluccio, tanto quanto noi) prima che di fare sapere agli italiani che cosa ha intenzione di fare, nel merito. Non gliene faccio una colpa, né questa è una valutazione sulle azioni che il governo intraprenderà, visto e considerato che non le conosciamo ancora.

Constato invece l'estrema lentezza con la quale il boa constrictor, questa eterna condanna tutta italiana, divora qualsiasi cosa, anche le buone intenzioni, snaturando, deviando e impolverando anche le novità.

cinema
28 novembre 2011
Frasi celebri

letteratura
24 novembre 2011
Dormi per sempre

Lo spunto iniziale era molto intrigante, oserei dire hitchcockiano: una donna avvelena il marito amatissimo, ma traditore, e lo seppellisce nell'orto della loro casa per le vacanze, in Toscana. 

Da qui si dipanano 437 pagine in cui il lettore ha tutto il tempo di chiedersi cosa succederà poi.

Diciamo che tra la lettura della cronaca nera reale e le efferatezze dei serial killer romanzeschi, qui di orrore ce n'è pochino, o molto stemperato: la Thiesler non è un genio dell'intreccio (prevedibile) né dell'approfondimento psicologico (medio), ma piano piano tesse una ragnatela attorno alla protagonista che ci affascina. 

E il motivo del fascino sta nel seguire il lucido delirio di una persona che, nel suo totale rifiuto della realtà, si è costruita un mondo alternativo, nel quale il suo unico figlio non è morto suicida,il marito è ancora vivo, il fratello del marito non esiste più in quanto lei gli ha sovrapposto il defunto etc.


Lacosa che turba di più, in questo romanzo, sono infatti le lettere al figlio, che Magda immagina felice e sicuro in collegio, e prossimo alle vacanze. O il rapporto che la donna intreccia con una piccola volpe cui dà da mangiare, e che un giorno investe con la sua auto:immediatamente negherà anche questo evento, rifugiandosi in una struggente fantasia in cui la volpe non solo non è morta, ma ha avuto i cuccioli ed è ormai parte della famiglia, addomesticata e felice.

Una lettura diversa dal solito, insomma, lontana dal brillante cinismo della Highsmith tanto quanto dal rapporto colpa/punizionedostoevskijano, o dai voli immaginifici di Hitchcock: originale e intima, con tutto il palpabile disagio che uno scrittore può provare nell'immergersi in una psiche stravolta.



Dormi per sempre

di Sabine Thiesler

Ed. Corbaccio, 2011

€ 18,60

letteratura
21 novembre 2011
Comemipiace Lansdale

Era un sacco di tempo che un romanzo non mi faceva divertire tanto, direi dal Leopardo di Nesbø.

E' proprio che Lansdale mi acchiappa: l'aveva già fatto alla grande conTramonto e polvere, qui è ancora meglio. 
E il bello è che io sono di quelle che sentono puzza di falso quando vedono tipe completamente diverse tra loro come Samantha, Charlotte etc., o le 4 diDesperate housewives, o roba del genere, amiche per la pelle e tutto, e io le guardo, con quelle facce, quei vestiti sempre perfetti, quelle vite imperfette ma taaanto glamour, e dico, insomma, qui si esagera, io non ci credo. Cioè, finché ognuna si fa la sua vita, i siparietti, gli aneddoti, le stranezze ci stanno tutti, è quando si siedono al tavolo di un bar, di un sushi bar, di un cocktail bar, del ristorante del museo fikissimo, e si tengono trepidanti le mani e si capiscano nonostante abbiano valori opposti, e si giurano amicizia come dodicenni, che mi da un po' fastidio.

Invece con Hap e Leonard questo non mi succede. E sì che fanno a botte più o meno come Bud Spencer e Terence Hill, facendosi male poco più di loro (una nocca sbucciata di qua, una costola incrinata di là...) e intanto le controparti - cattivissime e armate fino ai denti - finiscono all'ospedale o dal dentista. Io, quando cadevo in bici da piccola, mi sbucciavo le ginocchia e mi usciva il sangue e poi faceva la crosta. Loro si rialzano e scambiano battute. 
Ah, poi uno è bianco, democratico ed etero, l'altro nero, repubblicano e gay, sono amici per la pelle e abitano in un Texas così credibilmente razzista che se una donna nera si mette con un bianco, evita di farsi vedere in giro con lui perché, che ci vuoi fare, un po' razzista ha il diritto di esserlo anche lei, dimensioni dei bianchi a parte.

Eppure li leggo, mi diverto e ci credo. Come credevo a tutte le cose incredibili che faceva Sunset in Tramonto e polvere. Rido come una pazza per un turpiloquio da quarta elementare, resto a bocca aperta per i dialoghi straperfetti e, anche se ho capito il colpevole trenta pagine prima di loro, adoro questi due.

Forse è proprio che il libro è superiore alla tv, ma come dice Leonard è inutile fare della psicologia. 
E quindi, a me, Lansdale piace e basta.

politica interna
17 novembre 2011
Beata ingenuità

Non è che li conosca tutti.

Di persona solo uno: il professor Ornaghi, mio indimenticabile docente di Politologia alla Cattolica nell'anno accademico 1990-91.
Severissimo, invitava ad allontanarsi dall'aula chiunque osasse parlare durante le sue lezioni ed era il terrore di molti. Ma da lui abbiamo imparato moltissimo, innanzitutto la passione per quello che si fa, e in secondo luogo che non si ottiene nulla senza impegno e sudore. Le sue lezioni le sbobbinavamo quasi tutti, per non perderci una parola, con i nostri gracili registratori appoggiati sul bancone in quel cinema; quante ore passate a riscrivere.
Ce li ho ancora quei quadernoni, letti, sottolineati, risottolineati, imparati, anzi, uno dei miei grandi rimpianti è di aver venduto, tra gli altri, i libri di testo del suo esame, che non erano suoi ma di Miglio (quando non si era ancora invaghito della Lega) e altri. Alla fine presi un bel 27, che contribuì alla media ma non mi permise comunque di fare la tesi con lui, che accettava soltanto studenti dal 28 di media in su.

Su Monti e gli altri, di cui conosco vagamente le biografie professionali, una considerazione si impone: sono tutti esperti di qualcosa, per la precisione di quel qualcosa che gestiranno come ministri. Per una volta (la prima e l'ultima) vedremo occupato ogni dicastero da una persona che ha studiato e lavorato tutta la vita in quel settore.
Per una volta non vedremo Mastella o Castelli alla Giustizia, Giovanardi alla famiglia, Burlando ai Trasporti, la Carfagna alle Pari Opportunità, Rutelli che non sa neanche l'inglese ai Beni Culturali.

Governo delle banche? Governo della Goldman Sachs? Governo dei bocconiani? Sono solo sciocchezze un tanto al chilo.
A prescindere che, da anni, mi sono convinta che noi italiani non siamo ancora maturi per la democrazia (vedi anche il gustoso sfottò su Carmilla...) e che andremmo direttamente commissariati dalla UE.

Ma comunque la si voglia vedere, resta il fatto che, ad esempio, le donne chiamate da Monti non sono le mogli, le amanti, le pretoriane di qualcuno: sono lì per i loro meriti personali e non per quelli del loro chirurgo plastico.
Prendiamo la Cancellieri: già prefetto di lungo corso, fu inviata da Maroni a salvare la città di Bologna, in qualità di commissario, quando lo scandalo Cinzia Cracchi travolse l'indegno sindaco Delbono, Pd e pure mantovano d'origine; poi, quest'anno, lo stesso compito le è toccato per Parma, dove è toccato alla stracorrotta giunta di centrodestra guidata da Pietro Vignali dimettersi in blocco dopo che da mesi i cittadini esasperati chiedevano loro di sparire.
E chiediamoci: è di destra, è di sinistra, è un'incapace, questa signora? Non credo, credo anzi che sia uno di quei personaggi poco glamour ma con molta sostanza che vengono spediti a recuperare le situazioni disperate quando gli eletti, i democraticamente eletti, si mostrano incapaci e soprattutto indegni.

Passera, al di là delle facili ironie che anche a me vengono spontanee (con un nome così in organico, neppure Berlusconi può avere qualcosa da ridire), è quello che ha risanato i bilanci del carrozzone Poste Italiane e creato il gruppo bancario Intesa-San Paolo.

La Fornero, allieva di Castellino e moglie di Deaglio (l'economista, non il giornalista), è una superesperta di welfare e soprattutto di pensioni, e sta già pensando a una riforma più equa per tutti e più flessibile per tutti, nonché a maggiori tutele per le donne lavoratrici in maternità.

E potrei continuare, ma lo spread non è ancora sceso e i ministri non hanno ancora avuto il tempo di fare niente.
Per cui mi limito agli auguri di fare bene, di fare il bene del Paese e di farlo in fretta. Peggio dei precedenti, non è possibile.

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