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letteratura
25 agosto 2011
Regola 17: uscire sempre dal campo del prevedibile


No. 17 - A professional criminal must never be shouldered with the guilt of a crime in a detective story. Crimes by housebreakers and bandits are the province of the police departments--not of authors and brilliant amateur detectives. A really fascinating crime is one committed by a pillar of a church, or a spinster noted for her charities.

(N. 17 - Il colpevole di un romanzo poliziesco non deve mai essere un criminale di professione. Scassinatori e banditi appartengono alla pratica quotidiana dei dipartimenti di polizia, non degli autori e dei loro brillanti investigatori dilettanti. Un crimine davvero affascinante è quello commesso da un vero baciapile, o da una zitella dedita ad attività benefiche.)


Eh be’... quali obiezioni opporre a cotanta saggezza? Ecco una delle poche regole di Van Dine tuttora valide ed efficaci nella loro semplicità.

Se si vuole il brivido di incontrare i professionisti del crimine, si va a vedere il film su Vallanzasca o si legge Romanzo criminale.
In tutti gli altri casi, si cerca altro, si cerca l’evasione dalla realtà. Questo era tanto più vero dagli anni Trenta agli Ottanta, quando ancora il giallo era considerato letteratura di serie B e comunque letteratura consolatoria, di evasione.

Poi sono arrivati Il nome della rosa di Eco, i gialli sociali e impegnati di Maj Sjöwall e Per Wahlöö, le nostalgie politiche di Vázquez Montalbán e molto altro, che hanno permesso all’appassionato di gialli di non vergognarsi più, anzi, di andarne un poco fiero, ma la costante è rimasta invariata: per quanto si possa cercare in un giallo più l’atmosfera, o la caratterizzazione psicologica, o l’approfondimento sociale, rispetto all’intreccio, resta comunque l’esigenza nel lettore di una conclusione non scontata che gli faccia dire: non ho sprecato il mio tempo e i miei soldi per avere una delusione.
Ecco perché sempre più i giallisti si spremono – e sanno di doversi spremere – le meningi alla ricerca del colpevole più inaspettato, il più insospettabile. Ricordate la Regola numero 11?- Il colpevole non deve essere scelto tra il personale di servizio. Bene.

Ad estensione di questa logica impeccabile, non può essere nemmeno il coniuge fedifrago, o l’erede universale designato dal testamento della vittima. Troppo scontati, troppo facili.
Diciamo sommessamente che sarebbe meglio non si trattasse neanche di un personaggio troppo incolore, come può essere il distinto signore che funge da notaio del defunto, oppure la sua fredda infermiera danese, o quella scialba adolescente con il nastrino tra i capelli che gli teneva il gatto durante le vacanze.
Sono personaggi che non appassionano il lettore neanche un po’, e invece spesso si scopre che sono stati proprio loro, e che sotto quelle spoglie dimesse batteva un cuore avido di vendetta o di denaro.

Una piccola delusione del genere, peraltro all’interno di una sophisticated comedy anni Trenta molto brillante, soprattutto nei dialoghi, me l’ha appena data Dashiel Hammett con il suo L’uomo ombra (The thin man, 1934).
Ma forse non si può avere tutto.

Oppure (rovesciamento della regola attraverso una logica paradossale) può essere stato proprio il maggior sospettato iniziale, cioè il coniuge o l’erede, ma in modo veramente diabolico, macchinoso, mediante svelamento da parte del detective di fatti inimmaginabili nel passato di vittima e carnefice, nonché mediante l’uso di trucchi e sciarade che rendono molto complicato, macchinoso e in ultima istanza poco realistico il delitto stesso.
Ad esempio, una che la sfangava sempre anche quando utilizzava questo trucchetto era

S
P
O
I
L
E
R

la Christie. In Non c’è più scampo (
Murder in Mesopotamia, 1936), uno dei suoi romanzi esotici ambientati in quel Medio Oriente che tanto la conquistò prima e dopo le nozze con il giovane archeologo Max Mallowan, l’assassino della bellissima Louise Leidner, che tante passioni aveva suscitato nella sua vita, è il primo marito. Nazista psicopatico e morbosamente geloso, si era finto morto e l’aveva risposata molti anni dopo, invecchiato, barbuto e irriconoscibile, dopo aver intrapreso con successo la professione di archeologo. Era un maniaco allora e lo è ancora, ma fino all’ultimo agirà con il massimo della dissimulazione.

Mi rendo conto che può sembrare una faccenda priva di qualsiasi credibilità, ma il modo in cui Poirot la ricostruisce e smaschera l’uomo è davvero magistrale, e splendida la costruzione psicologica sia dei caratteri principali che di quelli secondari, tra cui i corteggiatori di Louise e i loro differenti comportamenti.

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