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Movimenti, partiti, lobby

E così l'unico vero vincente di queste amministrative è Grillo, tranne (ce lo ricorda giustamente Gramellini) nelle città in cui i sindaci hanno amministrato bene o così sono stati percepiti: vedi il vecchio-nuovo Orlando a Palermo, e il non simpaticissimo ma efficiente Tosi a Verona.

Tutti coloro che lo etichettavano come antipolitica, si stanno rendendo più o meno lentamente conto che il movimento 5 Stelle è semmai nuova politica, o se anti qualcosa, al massimo anti-partiti.

E a me la cosa preoccupa un po'. Se il Pd ha tenuto quasi ovunque, infatti, è perché solo i suoi elettori hanno abbastanza senso delle istituzioni e cultura della responsabilità da rendersi conto non solo del fatto che tenere in piedi il governo Monti in questo momento è un boccone amaro e soprattutto un atto di responsabilità verso il Paese; ma anche che sono gli unici a rendersi conto che i partiti, in un regime democratico, svolgono un ruolo indispensabile di cinghia di trasmissione tra cittadinanza e governo.

Quello a 5 stelle è dichiaratamente un movimento, ossia un'organizzazione fluida e magmatica non ancora strutturata nelle forme e nei modi del tradizionale partito di massa; è caratterizzato da molto personalismo, dal volontarismo (pochi soldi ma molto entusiasmo), dallo spontaneismo e da tutto quanto è caratteristico dello "stato nascente" alla Alberoni. Ma, storicamente, ogni movimento evolve nel tempo e si trova di fronte a un bivio: accettare di trasformarsi in partito e assumere una rappresentanza politica e una funzione di mediazione tra elettori ed eletti; o riassorbirsi nella società fino a sparire. Anche il Movimento 5 Stelle dovrà operare una scelta, se non oggi alle prossime politiche.

C'è poi una terza possibilità, sciagurata ma fortunatamente impensabile, almeno allo stato attuale, in Europa. Fuori dal mondo occidentale, laddove non ci sono i partiti e le costituzioni sono poco più che deliri ricchi di buone intenzioni, di solito regna per decenni un partito unico con elezioni farsa (vedi URSS o Cina). Dove il sistema partitico si sfascia, l'evoluzione è verso un regime militare e dittatoriale (Libia di Gheddafi, Egitto di Mubarak, svariati Paesi dell'Africa subsahariana). Tutte situazioni accomunate, oltre che dalla fine della democrazia politica, anche dalla negazione dei diritti civili e dal monopolio della violenza, fino alla prossima rivoluzione.

Non credo sia questo che vogliamo per l'Italia.

Si ritiene che i partiti della Seconda Repubblica si siano rivelati altrettanto inefficienti e arraffoni di quelli della Prima? Benissimo. La soluzione è semplicemente liquidarli e sostituirli con altri meno compromessi, più giovani, più efficienti. Ma nel contempo è indispensabile rimettere mano alle regole, disciplinando non solo l'accesso alla carriera politica (no alle candidature degli inquisiti, che infatti è uno dei capisaldi di Grillo), ma anche il numero massimo di mandati elettivi, l'età massima degli eletti, la trasparenza e la riduzione quantitativa dei rimborsi elettorali etc.

E, a proposito di rimborso pubblico dei partiti: anche su questo punto la maggior parte degli italiani non ha, o finge di non avere, le idee chiare: abolirlo tout court significa atterrare dritti nel modello Usa, nel quale le lobby (pensiamo a quelle del petrolio, o delle armi, o delle assicurazioni sanitarie private...) operano alla luce del sole e sponsorizzano spudoratamente i partiti perché questi ne facciano poi gli interessi in parlamento.

Ancora una volta mi chiedo: è questo che vogliamo?

Pubblicato il 8/5/2012 alle 12.8 nella rubrica suburra.

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